Disclaimer

Disclaimer:



Il contenuto di questo sito è di proprietà esclusiva di Francesco Checcacci. Tutto il contenuto può essere utilizzato ma è obbligatorio citare la fonte.
I punti di vista espressi sono dell'autore e non riflettono opinioni di organizzazioni di cui l'autore stesso potrebbe far parte.







The content of this website is the exclusive property of Francesco Checcacci. All content can be utilised as long as the source is referenced. The opinions expressed are the author's own and do not reflect views of organisations with which the author maybe associated.



Showing posts with label mercati. Show all posts
Showing posts with label mercati. Show all posts

Monday, 28 November 2011

Reductio ad absurdum: perché l’Euro non sparirà


Molti continuano a chiedersi se l’Euro può effettivamente cessare di esistere. Premesso che tutto è possibile, proviamo a dimostrare per assurdo perché uno sfaldamento della Moneta Unica è almeno poco probabile.
Premettiamo che, data la cattivissima gestione della crisi da parte francese, ma soprattutto tedesca, il costo di tenere insieme l’Euro è aumentato, ovviamente in modo esponenziale (come faccia la Merkel con un PhD in fisica a non averlo previsto è un mistero). Data infatti la storia pregressa, sono stati reintrodotti all’interno dell’Unione Monetaria prima il rischio di credito (non è più ovvio che uno Stato non possa fallire: si veda post precedente), e poi il rischio di cambio. Quest’ultimo punto richiede forse un’ulteriore spiegazione. Quando Francia e Germania, in una delle conferenze stampa che hanno seguito uno dei loro tanti (troppi?) incontri bilaterali hanno dichiarato che il restare o meno nell’Euro stava alla Grecia, hanno effettivamente ammesso la possibilità di uscirne. I mercati, logicamente, non potevano non cominciare a prezzare la possibilità di uscita dall’Euro, intesa come percentuale di svalutazione in caso di uscita moltiplicato per la probabilità che il fatto avvenga. La probabile svalutazione monetaria si aggira, secondo molti, intorno al 30-40%. Anche una probabilità di uscita non grandissima, diciamo un 10%, giustifica quindi un aumento degli spread del 3-4%: un’enormità.
 Tutti gli spread da allora sono quindi aumentati notevolmente. In particolare sono aumentati quelli a breve più di quelli a lungo termine. Ovvero il costo di finanziamento di una Stato di cui si percepisce la possibile uscita è adesso maggiore a 2 anni che a 10. Anche se questo non può essere provato, non è escluso che il maggior costo sia da imputarsi appunto al possibile tasso di cambio di una nuova (vecchia) valuta, che da una parte è più probabile nel breve termine che nel lungo termine (se l’Euro sopravvive i prossimi 2 anni è probabile che sopravviva anche i successivi 8) e dall’altra, in ogni caso, avrebbe effetti soprattutto nel breve termine. Il termine sarebbe quello della durata media del debito, che nella periferia dell’Eurozona è appunto intorno a 2-3 anni.
Dato quanto sopra la crisi dell’Euro sta assomigliando sempre di più ad una crisi di Paesi emergenti che avevano deciso di legare la loro valuta ad una più forte. Ci sono molti esempi di queste crisi in Sud America nei decenni passati: in questi casi i Paesi legavano la loro valuta più tipicamente al Dollaro Americano. Ci sono ovviamente differenze tra questi casi e quello dell’Euro, in quanto in Sud America le valute sono sempre rimaste separate (un dollaro era un dollaro ed un peso era un peso). I rischi coinvolto sono però simili: appunto rischio di credito e rischio di cambio dello Stato più debole.
Utilizzando i precedenti  appena citati, vediamo dunque come si svolgerebbe un’eventuale rottura. Prima che a qualcuno prenda paura: questo scenario è di gran lunga il meno probabile, e leggendo fino in fondo si vedrà perché.
La popolazione si sveglia una mattina, quasi sempre di Domenica dato che le banche sono chiuse, ed apprende che da oggi un euro è diventato X nuove Lire, Dracme etc. Fin qui ovviamente l’immaginazione di molti si sarà già spinta. La maggior parte delle persone non avrà però pensato alle conseguenze inevitabili, a meno che altri provvedimenti vengano presi contestualmente. Lunedì mattina si creano code agli sportelli delle banche perché tutti vogliono ritirare i loro soldi e/o cambiarli in un’altra valuta (o semplicemente vengono intasati i server degli istituti di credito da operazioni di bonifico su estero). Infatti si penserebbe, con buone ragioni, che la nuova (vecchia) moneta si svaluterebbe rapidamente contro altre monete più forti. Questo porterebbe con ogni probabilità al collasso del sistema bancario prima ancora che lo facessero le partite di debito denominate in moneta forte. L’unico modo per evitare il collasso sarebbe annunciare, contestualmente all’introduzione della nuova (vecchia) valuta limiti di ritiro dai conti correnti e, soprattutto, limiti all’espatrio di capitali ed al libero movimento di merci e persone oltre confine. Questi limiti sarebbero in contrasto con i trattati costitutivi dell’Unione Europea. Un collasso dell’Euro sarebbe quindi inevitabilmente legato alla disgregazione, o almeno alla sospensione con prospettive di forte ridimensionamento, dell’Unione stessa. Tutto questo probabilmente non salverebbe le banche, che avrebbero bisogno di iniezioni di capitale massicce dallo Stato.
Prima di pensare che questo sarebbe auspicabile inviterei a considerare che le conseguenze sarebbero indesiderabili per tutti, in particolare per i Paesi esportatori, tra cui anche l’Italia. Chi ha più da perdere da un ridimensionamento dell’Unione è ovviamente la Germania, l’esportatore più forte soprattutto intra-Eurozona, che subirebbe il doppio effetto di una rivalutazione drastica della propria valuta e di nuovi limiti al libero movimento di merci. Già questo spiega perché un collasso dell’Euro è improbabile: costerebbe alla Germania molto più di mantenerlo in piedi (vedi ‘la Germania e l’apprendista stregone’).
Le conseguenze di una rottura, però, non si limiterebbero a quelle appena descritte. Quelle sulle aziende sarebbero anche più pesanti. Infatti molte delle partite commerciali anche di piccole imprese sono ormai internazionali. Ad esempio un’azienda spagnola che deve pagare un fornitore francese in Euro vedrebbe il suo debito aumentare per effetto della svalutazione della Peseta contro il Franco. Le interconnessioni sono tante e tali che una serie di fallimenti a catena sarebbero probabili. Ovviamente questo porterebbe ad un aumento esponenziale della disoccupazione in tutta Europa. Alla fine l’unico modo per evitare una serie di fallimenti a catena negli Stati che lasciassero l’Euro sarebbe stampare moneta, il che porterebbe ad una spirale inflattiva che finirebbe per non riuscire a contenere significativamente i fallimenti ma creerebbe ancora maggior distruzione di ricchezza.
Dato quanto sopra, quindi, è molto improbabile che una rottura dell’Euro venga ammessa, non ultimo perché danneggerebbe di più proprio chi oggi si oppone a misure monetarie drastiche, ovvero la Germania.
A questo punto viene da chiedersi se i politici tedeschi sappiano tutto questo. La risposta, con ogni probabilità, è che lo sanno, ma forse pensano di poter arrivare alle elezioni del 2012 prima di mettere in atto l’inevitabile. Dubitiamo che avranno questo lusso, in quanto la funzione esponenziale (sempre lei) sta già esercitando la sua pressione.

Wednesday, 17 August 2011

Fattori determinanti dell'attuale crisi

Sarebbe forse lecito aspettarsi da un economista un’analisi sulla situazione attuale del mercato, corredata da molti grafici e tabelle.
Quelle verranno (in realtà sono già pronte) ma al momento mi sembra più rilevante chiarificare due fattori importanti che, in combinazione, hanno portato l’attuale situazione europea ad un punto di difficile soluzione senza un cambiamento radicale di mentalità.
Il motto dei coloni americani durante la guerra d’indipendenza, recentemente usato ed abusato, era ‘no taxation without representation’, ovvero: nessuna tassazione senza rappresentanza. Gli americani non si lamentavano, come molti credono, del livello di tassazione troppo alto, anche perché pagavano molto meno dei cittadini inglesi. Volevano invece eleggere rappresentanti a Westminster, non un parlamento locale ma quello della madrepatria. Fu il rifiuto inglese a scatenare la guerra d’Indipendenza Americana. Molte altre guerre e rivoluzioni sono state scatenate dal fatto che chi pagava di più per il mantenimento del sistema non poteva prendere le decisioni più importanti, o perché completamente escluso dal processo decisionale o perché comunque in minoranza rispetto ai settori della società che stava effettivamente mantenendo.
Vi chiederete: cosa c’entra questo con la situazione attuale in Europa?
Ebbene ci sono due difetti di rappresentanza che rischiano di minare gli equilibri sociali, dato che hanno già minato quelli economici.
Il primo è comune a gran parte del mondo, e risulta proprio dalla democrazia a suffragio universale: in un mondo che invecchia i giovani che producono la maggior parte del reddito sono in minoranza rispetto alle generazioni più vecchie che più ricevono dallo Stato. Il risultato è una crescita di quelli che in Inglese si chiamano ‘entitlement’ proprio per distinguerli dai ‘right’. I ‘right’ sono diritti fondamentali, come quello alla sicurezza, gli ‘entitlement’ sono diritti accessori, che in italiano vengono spesso definiti ‘diritti acquisiti’. Per evitare la confusione in italiano useremo qui i termini inglesi. Chiaramente per mantenere ed aumentare gli entitlement, di cui per lo più godono i più anziani, bisogna aumentare le entrate dello Stato. Questo si può fare con un aumento delle tasse o del debito pubblico. L’aumento del debito è stato conseguenza della ricerca del consenso elettorale da parte dei partiti presso una popolazione in costante invecchiamento.
L’aumento del debito oggi, però, porta inevitabilmente a dover aumentare le tasse domani se i denari presi a prestito vengono utilizzati non per investimenti che potrebbero aumentare la ricchezza ma per pagare vari entitlement e la crescita degli apparati dello Stato ad essi preposti. Questo è il motivo principale che ha portato il debito di molti Stati a crescere in modo esponenziale dal secondo dopoguerra (in tempi passati gli Stati si indebitavano principalmente per sostenere guerre). Quest’analisi deve molto a quelle di Niall Ferguson, contenute specialmente in ‘The cash Nexus’ e ‘The ascent of money’. Un tipo di entitlement più tipicamente italiano, poi, sono le rendite di posizione di cui godono imprese monopolistiche od oligopolistiche statali o di proprietà di ambienti vicini alla politica. Anche questo è un privilegio che pagano tutti e di cui godono pochi.
Il secondo difetto di rappresentanza è invece tipico dell’Europa, dove le decisioni importanti vengono prese sempre più a Bruxelles e poi ratificate a livello nazionale, mentre gli elettori eleggono principalmente i governi nazionali e locali. Se è vero infatti che il Parlamento Europeo viene eletto, è altrettanto vero che la Commissione (sempre più un Governo) non viene eletta direttamente, ma nominata anche utilizzando logiche di interesse nazionale. In un vuoto di potere durante la crisi, poi, la Banca Centrale Europea ha dovuto prendere in mano la situazione più di una volta, dato che i meccanismi per le decisioni importanti richiedono in Europa molto tempo in quanto devono essere ratificate dai Parlamenti Nazionali. Ovviamente la BCE non è un organo elettivo.
Quest’ultimo difetto di rappresentanza sta creando disaffezione verso l’Europa in larga parte dell’opinione pubblica del Vecchio Continente.
Esistono modi per superare i due difetti che abbiamo individuato senza ricorrere a soluzioni radicali come la riduzione del suffragio, ma che hanno implicazioni molto forti dal punto di vista politico.
Per risolvere il problema generazionale è necessario introdurre un vincolo di bilancio non modificabile. Questo però deve andare oltre il pareggio, che può essere raggiunto con nuove tasse. Infatti le nuove tasse riducono la crescita mantenendo gli entitlement, essenzialmente penalizzando i giovani. Il vincolo necessario deve stabilire che una generazione non può lasciare più debito di quello che ha trovato (come sostiene Laurence Kotlikoff a proposito degli USA http://www.bloomberg.com/news/2011-08-03/generational-balance-not-budget-balance-laurence-kotlikoff.html). Esistono metodi in economia che permettono di misurare queste grandezze e che vertono intorno alla Contabilità Generazionale (Generational Accounting). L’unico modo equo per tutti di procedere è cioè ridurre gli entitlement e le rendite di posizione , di cui alla fine gode una minoranza ma che tutti pagano. Notiamo che in Italia in particolare il difetto di rappresentanza dei giovani si estende, per motivi simili, alla rappresentanza sindacale. La CGIL, principale sindacato italiano, riporta (http://www.cgil.it/tesseramento/default.aspx) nel 2010 una percentuale di pensionati di ben il 52.1%. Oltretutto la categoria di lavoratori attivi con percentuale più alta è quella della funzione pubblica, con il 7.1%. In sostanza quasi un 60% degli iscritti dipende da o lavora per gli entitlement. Un modo per risolvere questo difetto di rappresentanza è superare la contrattazione nazionale e concentrarsi su contratti aziendali. Passi incoraggianti sono stati compiuti in questo senso recentemente. Questi dati possono anche spiegare la forte resistenza al cambiamento da parte del sindacato.
Per risolvere il secondo problema è necessario, se si vuol continuare ad avere un’Unione Europea, accelerare l’integrazione politica dando però ai cittadini la possibilità di eleggere il Governo Europeo. E’ necessario cioè un ridimensionamento del livello decisionale nazionale e l’emergere di partiti Europei che riescano a proporre programmi coerenti per tutta l’Unione.