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Wednesday, 29 May 2013

Recuperare i ‘perdenti della globalizzazione’: un imperativo etico, oltreché politico, indispensabile per una crescita sostenibile dell’Occidente


Qualcuno ha giustamente notato che un mondo globalizzato ed interconnesso sta diventando un’economia delle superstar. Questo significa che chi ha un talento di alto livello e/o un’idea migliore di tutte le altre trova adesso un potenziale mercato che prima non avrebbe potuto accedere se non con grande difficoltà.

L’esempio più immediato è un’app per smartphone: chi programma la migliore app in assoluto per, diciamo, prevedere il tempo, ha un potenziale mercato di miliardi di utilizzatori, e potrà guadagnare molto grazie alle pubblicità che riesce ad attirare. Naturalmente se lo stesso programmatore avesse creato un codice di valore comparabile anche un paio di decenni fa, non avrebbe potuto che aver accesso ad una frazione della clientela potenziale, e di converso dei guadagni.

Il rovescio della medaglia è che chi arriva anche solo secondo rischia di non avere nessuna fetta della torta a disposizione, dato che questa viene tutta accaparrata dal vincitore; figuriamoci poi chi arriva più in basso.

Lo stesso, anche se in modo meno pronunciato, vale ovviamente anche per altri tipi di talento, tra cui ad esempio quello manageriale e quello medico: un ottimo dirigente o un chirurgo eccezionale hanno oggi la possibilità di essere conosciuti in tutto il mondo in modo relativamente facile, e di spedire il loro curriculum ai quattro angoli del globo senza alcuna spesa grazie alla posta elettronica. Ammesso che conoscano la lingua locale, ma in alcuni casi basta addirittura parlare la lingua franca del mondo, ovvero l’inglese, essi possono trasferirsi dovunque vogliano per avere il massimo ritorno sulle proprie capacità.

Quindi la globalizzazione conviene molto a pochi: cosa succede agli altri? Chi ha talento e conoscenze medie in passato sarebbe comunque riuscito a guadagnarsi da vivere, ma oggi deve fare i conti con una concorrenza agguerritissima formata da lavoratori dei Paesi emergenti disposti a lavorare per una frazione di quello che richiederebbero un italiano o un francese. Se fino ad ora, oltretutto, questo fenomeno ha interessato soprattutto lavori a bassa specializzazione, adesso i laureati dei paesi emergenti stanno imparando anche alcune professioni di più alta gamma, come i servizi contabili e quelli legali: anche professionisti che fino a pochi anni fa erano relativamente al sicuro stanno quindi diventando a rischio.

I Paesi occidentali, quindi, stanno andando verso un mondo a due velocità: da una parte sempre meno persone che, grazie al proprio talento, diventeranno sempre più ricche, dall’altra un crescente numero di ‘perdenti’.

Alcuni ultra-liberisti potrebbero pensare che questo sia giusto: alla fine in questo modo il talento varrà progressivamente più delle parentele o della classe sociale di partenza, e alla fine chi merita meno avrà meno.

La tentazione di cadere in questo pensiero potrebbe però risultare fatale soprattutto alle economie occidentali, abituate ad un alto tenore di vita e ad istituzioni rappresentative.

La soluzione proposta in alcuni ambienti vicini a Lorsignori è però anche peggiore: innalzare barriere protezionistiche per mantenere i livelli raggiunti, infischiandosene del mondo. Questa soluzione è particolarmente dannosa in quanto porta ad una progressiva perdita di competitività di tutto il sistema chiuso, a danno soprattutto della creazione di ricchezza. Mantenere livelli di reddito non giustificati dalla capacità di produrre ricchezza, infatti, significa togliere a chi può produrla la possibilità di farlo, almeno in parte. Questa è la situazione che molti Paesi europei stanno vivendo adesso. Il meccanismo ricorda quello della Grande Muraglia, eretta in Cina per proteggersi contro le invasioni dei Mongoli con grande dispendio di mezzi e mantenuta con gran numero di guardie. Com’è noto i Mongoli aggirarono la muraglia e conquistarono la Cina.

Esiste dunque una soluzione diversa?

La risposta è sì, e non dobbiamo neanche guardare troppo lontano dall’Italia per trovarla.

Nelle decadi passate sia la Germania che, forse ancora di più, i Paesi scandinavi, hanno infatti attuato riforme strutturali che hanno permesso loro, nonostante la crisi, di continuare e crescere e a creare posti di lavoro. Questa formula ha dovuto superare l’idea di ‘tutto a tutti in cambio di niente’ per spostarsi verso programmi di sostegno al lavoratore invece che all’impresa e di educazione continua che mantenga le competenze ‘a prova di cinese’.

Il sistema attuale in Italia per chi perde il lavoro, ad esempio, è basato sulla Cassa Integrazione: questa essenzialmente protegge il posto di lavoro, e non il lavoratore, di imprese ormai non più competitive che spesso, infatti, finiscono per chiudere lo stesso dopo agonie più o meno lunghe. Chi guadagna da situazioni del genere sono imprenditori spesso incapaci di leggere il mercato, a scapito sia dei loro impiegati che della competitività del sistema, che invece di impiegare risorse per diventare più competitivo le spreca per mantenere una situazione esistente che, in periodo di cambiamenti epocali, non può essere difesa a lungo.

Molto meglio quindi concentrarsi sul lavoratore, come, anche se in modi diversi, fanno Germania, Svezia e Danimarca. Qui chi perde il lavoro riceve un reddito sostitutivo condizionato alla frequenza di corsi di riqualificazione il cui successo è tenuto sotto stretto controllo. In questo senso il lavoratore riceve un aggiornamento che, partendo dalle proprie capacità, le espande e le rende adatte a resistere alla competizione globale.

Chi chiede dignità non può volere qualcosa per nulla o accettare di essere pagato più di quello che produce. Può però chiedere di essere aiutato a guadagnare il giusto frutto del proprio lavoro, il che si fa rendendo il lavoro più produttivo.

Questo sistema, che ha dimostrato di funzionare bene, ha bisogno ovviamente anche di un ambiente di certezza e rapidità della giustizia civile e buon funzionamento della macchina burocratica: quindi mettere a posto questi aspetti per primi è importante per il successo di qualsiasi iniziativa.
E’ anche imperativo per tutti, anche coloro che hanno al momento capacità al passo con i tempi, mantenere un livello di competenze sempre all’altezza dei migliori standard, a pena di perdere molto del proprio reddito in tempi relativamente brevi.


L’alternativa è doversi rassegnare: nonostante grandi e costose muraglie, il barbaro passerà. Siamo ancora in tempo per evitarlo; pensiamoci.

Saturday, 16 March 2013

LA TORTA E LE FETTE: Mercantilismo, redistribuzione e teorie del complotto




Pochi forse ricordano che a partire dal Rinascimento e fino almeno alla Rivoluzione Francese gli Stati misero in atto una politica cosiddetta ‘mercantilistica’.

Le monarchie dell’Europa post feudale erano convinte che per creare uno Stato potente bisognasse accumulare molto oro, e che questo si potesse fare controllando una quota sempre più grande del commercio mondiale.

Essenzialmente, come fa notare Ian Bremmer, uno dei massimi esperti mondiali di relazioni internazionali, questo poggiava su due ipotesi sbagliate:

La prima ipotesi era che la ricchezza corrispondesse alla valuta (che allora era aurea) e che bastasse quindi incrementare l’offerta di valuta per aumentare la ricchezza. Se questo sembra qualcosa di sentito recentemente è perché lo è, e ce ne siamo già abbondantemente occupati. Facciamo solo notare a corollario adatto all’epoca di massima applicazione del mercantilismo che la Spagna iniziò ad importare quantità impressionanti di oro dalle Americhe e che la conseguenza diretta fu che per un periodo l’argento valeva più dell’oro. Se qualcuno pensasse che questo fosse dovuto all’inflazione avrebbe ragione.

La seconda ipotesi era che il commercio internazionale fosse fisso, e che quindi per catturarne una quota l’unico modo fosse sottrarla ad altri. Questo portò tra l’altro a vari conflitti armati (per cui le relazioni internazionali di quell’epoca e di quella immediatamente successiva vengono talvolta ricordate come ‘diplomazia delle cannoniere’), oltre che alla creazione di vari monopoli concessi dai vari monarchi a gruppi a capitale pubblico, privato o misto. Alcuni esempi per tutti le celeberrime Compagnie delle Indie Orientali ed Occidentali. Che poi i monopoli suddetti abbiano portato ad una corruzione molto estesa è un fatto storico inoppugnabile.

Altro fatto storico inoppugnabile è che invece con l’apertura dei commerci i volumi scambiati aumentano e che solitamente tutti i Paesi che ne prendono parte diventano più ricchi. Lo sappiamo non dal tempo di Adam Smith, ma da quello di Senofonte, che purtroppo pochi adesso leggono al di fuori dei Licei Classici, e anche in questi istituti si rifugge dai testi economici. Altro discorso è che la crescita della ricchezza non sia ugualmente distribuita, ma dipende, in poche parole, dalla capacità di fare cose che il mondo vuole comprare. E’ essenzialmente questo il motivo per cui alcune imprese italiane e francesi del settore auto patiscono (non fanno auto che il mondo vuole), mentre la Ferrari non ha certo problemi a pagare gli operai, che con la loro alta artigianalità sono infatti una delle fonti di vantaggio competitivo della casa di Maranello (Solow docet).

Ma concentriamoci sull’idea che l’economia, come il commercio, sia una grandezza fissa. Su quest’ipotesi, più o meno consapevolmente, poggiano moltissime idee di quelli che ormai da tempo abbiamo battezzato Lorsignori.

Lorsignori partono da questa idea quando vorrebbero convincerci che mandare in pensione i vecchi crea posti di lavoro per i giovani, quando invece è la maggior ricchezza prodotta che crea la domanda che sostiene il lavoro. Anche di questo ci siamo già occupati in un post precedente: se fosse vero quello che sostengono Lorsignori, nessun lavoro produrrebbe alcun valore; a parte il fatto che questo è apertamente un discorso senza senso, anche lo stesso Marx parte nel Capitale dall’idea che lavoro sia uguale a valore. La stessa ipotesi di fondo, poi, sottostà all’idea che si debbano introdurre barriere commerciali per proteggere questa o quella categoria, se non addirittura ‘la base industriale’. A parte il fatto che la base produttiva si protegge innovando e specializzandosi per, appunto come sopra, ‘fare cose che il mondo vuole’, anche la stessa idea di proteggere un’industria crea una situazione per cui i cittadini di uno Stato protezionista pagano per mantenere un privilegio ad una parte di aziende che così non sono neanche spinte a migliorare, rendendo sempre maggiore la quota pagata da tutti. In Italia purtroppo sappiamo che situazioni in cui molti pagano i privilegi di pochi sono così diffuse da aver minato le basi di una sana e prudente gestione anche dello Stato stesso.

Abbiamo visto che la torta (l’economia nazionale ed internazionale, ma anche il commercio mondiale) NON è fissa e che a seconda di come si fanno le fette questa può diventare più o meno grande.

L’applicazione più interessante del principio della torta e delle fette è comunque quella delle varie teorie del complotto che si alimentano spesso dei peggiori pregiudizi.

L’idea è più o meno che ci sia un gruppo di persone, vicino a grandi aziende e banche d’affari multinazionali, che tira le fila dell’economia e della politica mondiale. Ultimamente poi si dice che questo gruppo (generalmente possiamo chiamarlo anche ‘la cupola dei ricchi’) abbia creato una serie di strumenti, tra cui l’Euro e l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, per condurre una sorta di lotta di classe post-marxista a danno degli altri, poveri ma soprattutto classe media. Questi strumenti porterebbero al progressivo impoverimento della classe media per permettere ai ‘ricchi’ di catturare una percentuale maggiore della ricchezza mondiale.
Perché quest’idea funzioni bisogna che una di due condizioni si verifichi: o la torta è appunto fissa o almeno la diminuzione della classe media non ne influenza la grandezza presente, ma soprattutto futura. Infatti Lorsignori sostengono che ‘i ricchi’ sono organizzatissimi e guardano molto lontano.

Abbiamo già visto che la torta non è fissa, quindi non ci resta che vedere se la classe media abbia o meno impatto sulla crescita economica.

Ebbene vari studi, tra i tanti quelli del Dartmouth College e di Yale, dimostrano invece che la classe media non sia conseguenza, ma motore stesso della crescita economica, in particolare nei Paesi sviluppati. Ovviamente poi la stessa classe media è la maggior produttrice di risparmio e consumatrice di prodotti ad alto valore aggiunto come quelli elettronici, per cui sia le banche che la multinazionali hanno interesse a che esista.

L’ipotesi della ‘cupola dei ricchi’, per reggere, avrebbe essenzialmente bisogno che questa stessa cupola non fosse in grado di effettuare calcoli di valore temporale su progetti, ovvero prevedere flussi di cassa o di ricchezza futuri e scontarli a valore attuale. Peccato che i vertici di banche d’affari e multinazionali facciano questo di mestiere, come saprebbero anche Lorsignori se avessero mai lavorato in una di queste istituzioni o almeno avuto studi adeguati.

A corollario facciamo anche notare che una politica di redistribuzione del reddito attraverso la fiscalità, oltre a prestarsi a manipolazioni più o meno corruttive, farebbe diminuire la torta in quanto tutti i Governi che, a livello mondiale, hanno promesso di tassare i ricchi, quando hanno alzato le tasse lo hanno fatto sulla classe media. Inoltre la logica imporrebbe come mezzo di equità non una redistribuzione (che per definizione avviene ex post), ma una vera meritocrazia che renda possibile il miglioramento della condizione sociale dei migliori. Il motivo per cui questo non viene fatto è che ciò implicherebbe per forza di cose il peggioramento della condizione sociale dei peggiori, e siccome spesso gli amici degli amici di certi politicanti hanno posizioni non giustificate dal loro merito Lorsignori non gradiscono.

Infine per la bellissima metafora della torta non ringrazierò mai abbastanza il mio vecchio Professore dell’Università di Firenze Carlo Vallini, mente eccelsa con irresistibile senso dell’umorismo di marca tipicamente toscana.

Saturday, 9 March 2013

Ce lo chiede l’Europa: la coscienza sporca dei politici del Sud Europa.




Quante volte abbiamo sentito ripetere il noto mantra: ‘ce lo chiede l’Europa?’

Anche prima della crisi i politici italiani lo hanno ripetuto allo sfinimento, soprattutto per implementare misure di aumento della pressione fiscale.

Lo stesso, ma con maggior frequenza, abbiamo sentito ripetere in periodo di crisi. Una comunicazione simile è stata diffusa da tutti i politici di Paesi incapaci o poco pronti a fare riforme strutturali come scusa per aumentare la pressione fiscale.

Ma cosa chiede l’Europa davvero a chi è in difficoltà?

Intanto non risultano vere e proprie imposizioni, quanto piuttosto indicazioni basate sull’esperienza di comportamenti che hanno portato ad effetti positivi in casi precedenti. Per lo più chi consiglia austerità non pensa ad un aumento delle tasse, ma ad una riduzione non sporadica della spesa e a riforme strutturali che, rendendo meno onerose in termini di tempo e denaro le iniziative imprenditoriali, richiamino investimenti interni ed esteri dando slancio all’economia.

Questo nella piena consapevolezza che le tasse deprimono l’economia al punto che le entrate dello Stato vanno a diminuire (curva di Laffer o riduzione della domanda aggregata dicono la stessa cosa), ma anche i tagli della spesa hanno nel breve termine effetto di contrazione. Questo effetto è però di gran lunga inferiore a quello di nuove tasse, come ampiamente dimostrato da studi dell’Università di Harvard condotti principalmente dall’italiano Alberto Alesina. Da qui le riforme che aiutino a compensare gli effetti recessivi della politica fiscale. Eventuali dismissioni di patrimonio statale possono avere il doppio effetto di aiutare a ridurre gli impatti restrittivi di cui sopra e, nella migliore delle ipotesi, mettere a maggior frutto le potenzialità che lo Stato, per mancanza di mezzi o di competenze, non è in grado di sfruttare.

Perché dunque si è scelto di aumentare la pressione fiscale, pur conoscendone gli effetti recessivi?

Perché ridurre gli ambiti dello Stato significa ridurre il potere dei politici di distribuire commesse, dirigenze e varie prebende a coloro che li sostengono con i loro voti o con le loro donazioni.

Allo stesso modo rendere efficiente il sistema economico significa rimuovere le rendite di posizione delle quali si alimentano altri sostenitori degli stessi politici.

Quindi se i politici facessero quello che ‘ci chiede l’Europa’ (ma per davvero) perderebbero l’appoggio politico e finanziario su cui poggia il loro potere, con solo vantaggio per i cittadini comuni.

Va da sé che per vincere le guerre (e non le battaglie) si tagliano i rifornimenti al nemico, e i politici incapaci lo sanno benissimo.

L’esempio più tragico di una situazione simile è la Grecia, in cui i politici si sono rifiutati per anni di diminuire prebende e sprechi, preferendo aumentare le tasse e precipitando il Paese in una spirale recessiva da cui è difficile uscire. Solo molto recentemente, messi con le spalle al muro e quando forse era già troppo tardi, hanno iniziato ad agire con criteri meno dannosi.

In altre parole coloro che impongono livelli maggiori di tassazione dicendo ‘ce lo chiede l’Europa’ fanno danno due volte: una perché non fanno quello che viene consigliato per il bene di tutti pur di mantenere il potere per loro e per gli amici dei loro amici, l’altra perché gli elettori, a forza di sentirsi ripetere il mantra, hanno finito per identificare l’Europa con una politica di rigore principalmente basata su nuove tasse, con il bel risultato di far guadagnare voti a chiunque tuoni contro l’Europa, magari promettendo mari e monti in caso di aumento del perimetro dello Stato, inclusa la politica monetaria, senza pensare che le conseguenze di un’uscita dall’Euro e di un aumento della spesa di Stato farebbero impallidire quanto visto finora.

Monday, 4 February 2013

LUCA PACIOLI E IL BILANCIO DELLO STATO



Dalla terra di Luca Pacioli, considerato il padre della Partita Doppia, non può non levarsi un grido di dolore per ciò che ultimamente si legge ed ascolta in campagna elettorale. Gli spin doctors di tutto lo spettro politico, con pochissime eccezioni, paiono infatti intenti a far credere al popolo votante (o più precisamente votando, dato che ancora non siamo alle elezioni) che Stati Patrimoniali e Conti Economici siano entità separate e senza connessione alcuna. Errori che farebbero bocciare un candidato all'esame di Ragioneria di qualsiasi facoltà di Economia, infatti, vengono presentati come verità incontrovertibili.

In particolare è uno strafalcione sulle consistenze del patrimonio dello Stato a far rigirare nella tomba il povero Fra’ Pacioli (che tra l’altro insegnò anche matematica all’incomparabile Leonardo). I turlupinatori della pubblica opinione, in stile tipico politichese, presentano infatti una premessa vera ed una parzialmente vera, facendo risultare dal sillogismo una conclusione inerentemente errata.

Prima premessa: ha poco senso rapportare il Debito (grandezza di stock che appartiene allo Stato Patrimoniale) con il PIL (assimilabile all’Utile di un’azienda, che invece è un flusso e appartiene al Conto Economico).

Seconda premessa: se quindi il patrimonio dello Stato (le Attività dello Stato Patrimoniale) sono sufficientemente superiori al debito (le passività) la situazione è sotto controllo.

Conclusione: l’Italia non ha un problema di debito.

Peccato che manchi un pezzo dalla seconda premessa. L’effetto di questa mancanza risulta tragicamente evidente guardando proprio quanto incidono gli interessi sul debito pubblico come percentuale delle entrate dello Stato.

Sappiamo bene che la spesa per interessi sul PIL in Italia è alta. Negli anni 70 copriva circa un quarto delle entrate. Dopo l’entrata nell’Euro la percentuale è scesa progressivamente, per arrivare nell’intorno del 10%. La Germania però paga meno del 6% (dati Banca Mondiale del 2009-10). In  Italia nel 2011 il Governo spendeva circa il 49% del PIL, in Germania il 43.7% (dati dall’Index of Economic Freedom, Heritage Foundation e Wall Street Journal). La differenza però non tiene conto  del fatto, alquanto noto, che il PIL include una stima dell’economia sommersa, e che quella italiana è ben superiore a quella tedesca.

Perché dunque questa differenza di trattamento? Dobbiamo credere ai populisti e concludere che c’è un complotto dei tedeschi con l’elmo a punta per affossare l’Italia così da comprarne i pezzi a poco prezzo?

Non proprio. Come chiunque che sia in possesso di basi decenti di analisi di bilancio non può ignorare, infatti, situazioni simili a questa esistono in moltissime aziende. Queste occorrono solitamente quando un’azienda finanzia con debito a breve termine attività di lungo. Il debito pubblico ha una durata media intorno ai 7 anni, anche se si sta cercando di allungarla.

In sostanza il pezzo che manca alla seconda premessa è che attività e passività devono avere durate comparabili: non si finanziano attività a lungo termine con debito a breve. Inoltre manca un altro pezzo importantissimo: non ci si indebita per spendere. Se lo Stato avesse seguito la regola di buona gestione familiare secondo cui non si spende più di quel che si guadagna se non per investire (e avesse fatto a meno di farlo durante le espansioni) non avremmo i problemi che abbiamo e Keynes (ma non i keynesiani) sarebbe stato seguito alla lettera.

Va da se’ poi che per evitare di spendere più di quanto lo Stato incassa, questo ha di fronte due strade: alzare le entrate o abbassare la spesa.

Dovrebbe essere chiaro a questo punto che alzare le tasse non è una buona idea, e che è di molto preferibile abbassare la spesa. Se poi vogliamo un’espansione economica, questa differenza deve andare a ridurre un fardello di tasse tra i più alti in assoluto.

Il modo per abbassare la spesa per interessi è poi realizzare una parte delle attività dello Stato e dedicare l’incasso al pagamento del debito a breve termine.

Questo, insieme a non spendere più di quanto si incassa, metterebbero a posto i conti dello Stato in maniera relativamente rapida e migliore delle alternative in termini di sacrifici per gli italiani.

Friday, 21 December 2012

La stampa di moneta, le bolle speculative e la corazzata di Fantozzi




Si sente da più parti affermare che il problema dell’economia di oggi sia il ricorso a valute non sostenute da valori tangibili, e/o che sia la stampa di moneta creata dal nulla (o grazie ad una partita di giro con titoli di Stato, che indebiterebbe artificialmente tutti i cittadini) a creare inflazione e bolle speculative in alcuni settori.

La prima affermazione implica che prima dell’invenzione della carta moneta non sarebbero esistite svalutazioni con iperinflazione.

La seconda che qualora si attuassero svalutazioni, non ne conseguirebbe inflazione purché sia lo Stato stesso, e non la Banca Centrale, ad occuparsi della stampa di moneta, eliminando la partita di giro vista sopra.

Cominciamo dalla prima affermazione: episodi di iperinflazione esistono storicamente anche prima della diffusione della cartamoneta, avvenuta notoriamente in Cina intorno all’undicesimo secolo D.C. durante la dinastia Song.

Il primo episodio di iperinflazione di cui si ha notizia risale infatti all’imperatore romano Diocleziano, tra il 216 e il 218 D.C. Diocleziano finanziò opere pubbliche civili e militari con la stampa di monete di bronzo, effettivamente svilendo il valore della moneta in circolazione e moltiplicando la base monetaria. Risultato: inflazione fuori controllo e disastro economico, che  l’Imperatore provò a correggere imponendo controlli di prezzo (pena la morte a chi vendeva sopra i prezzi imposti). Siccome la conseguenza di questo fu il fallimento di molte imprese, che dovevano vendere  sottocosto, Diocleziano pensò bene di imporre a chiunque di fare il lavoro del proprio padre, di nuovo pena la morte per i contravventori (aveva evidentemente poca fantasia). Ecco come la buona intenzione di stimolare l’economia e rafforzare lo Stato risultò nell’asservimento di tutti i sudditi dell’Impero. Per inciso quest’episodio (e molti di quelli successivi) mostra chiaramente come non serva affatto un ente privato che intasca il signoraggio (cosa che non avviene neanche oggi, vedi http://lettotralerighe.blogspot.it/2012/10/babbo-natale-e-la-macchina-dei-soldi.html) per creare iperinflazione.

Molti episodi successivi ebbero dinamiche simili, provocando direttamente o contribuendo a conseguenze come guerre di conquista, guerre civili, rivoluzioni, depressioni economiche ed altre amenità. Hayek (quanto ci manchi zio Friedrich!), che aveva vissuto qualcosa di simile in Austria, non a caso descrisse bene il processo nel suo ‘Road to Serfdom’, che dovrebbe essere lettura obbligatoria in tutte le scuole dell’obbligo. Invece i diritti delle opere del grande austriaco furono acquisiti da una casa editrice italiana con l’espressa intenzione di non darli mai alle stampe in traduzione. Fortunatamente in molti oggi leggono l’inglese senza problemi. Per questi i libri di Hayek sono disponibili insieme a molti altri (gratis!) qui: http://mises.org/Literature.

Altri episodi di iperinflazione, precedenti e successivi all’introduzione della cartamoneta, sono:

Impero Bizantino, sotto Costantino IX Monomaco (1042-1055), che svalutò la valuta di riserva mondiale dell’epoca, il Bisante, per finanziare guerre.

Filippo IV il Bello (1268-1314), che dopo aver più volte svilito il valore della moneta, si impossessò di tesori altrui (l’episodio è notissimo) e risolse il problema essenzialmente condannando a morte i creditori. Per chi pensa che questa sia una buona idea, notiamo che il maggior creditore dello Stato italiano sono le famiglie italiane che hanno comprato BOT e BTP, ovvero la maggior parte dei cittadini.

Mississippi bubble (1719), creata in Francia da John Law, il primo vero teorico della moneta esclusivamente mezzo di scambio (come si vede la Modern Monetary Theory non è affatto moderna). Lo Stato francese era essenzialmente in bancarotta a causa della grandeur del Re Sole, che lasciò le casse vuote.

Altri episodi seguono:

Rivoluzione francese (1789-1795)

Stati confederati durante la Guerra Civile americana (1861-1865)

Germania 1920-1923 (deflazione ed iperinflazione di Weimar)

Russia, Austria, Polonia, Ungheria tutte nei primi anni 20.

Per evitare di maramaldeggiare citeremo solo collettivamente ed en passant gli episodi durante e dopo la seconda guerra mondiale e quelli tristemente famosi dello Zimbabwe, di cui abbiamo già parlato, e dell’America Latina in anni più recenti. Questi ultimi hanno peraltro portato spesso a dittature militari particolarmente sanguinarie.

Veniamo dunque alla seconda affermazione: abbiamo già visto come un’inflazione fuori controllo può essere creata benissimo anche quando è lo Stato stesso ad occuparsi della creazione di moneta, e anche quando e se questo è uno Stato con Governo eletto dal popolo. Sarebbe infatti facile affermare che era il dittatore o regnante di turno a prendere per se’ i proventi del signoraggio a spese del popolo inerme. Ovviamente non è così.

Conclusione: la MMT, che abbiamo visto non essere moderna e per di più non è neanche una teoria, può essere tranquillamente accostata alla Corazzata del famoso film di Fantozzi. E ora chissà cosa inventeranno Lorsignori per argomentare che, contro logica e precedenti, le cose non stanno ‘esattamente così’ o, ancor più classicamente, che ‘il problema è un altro’. Sentiamo già in sottofondo il rumore di frizione particolarmente fastidioso prodotto dal futile tentativo di arrampicata su specchi, sport particolarmente diffuso nei circoli ‘alternativi’, accademici e non.

P.S. Per chi fosse interessato a leggere un articolo di un’università seria (quella di Rotterdam) in materia di bolle speculative, invece di ascoltare i soliti quattro sfigati di istituzioni accademiche di infima serie: http://people.few.eur.nl/smant/m-economics/bubbles/johnlaw.htm. Consigliamo un occhio di riguardo alle conclusioni, simili a quanto affermato qui ed in precedenza da noi.

Riportiamo qui un passaggio particolarmente significativo dell’articolo: ‘As every financial economist today would know, announcing a future value for a durable asset such as shares, exchange rates, etc., and therefore changing expectations of future value, must have an immediate effect on its current value. Except for the value of time (discount rate), the current price will immediately adjust to the expected future value; there can be no gradual adjustment in asset prices. This is exactly what happened at the end of May 1720.’

Evidentemente Lorsignori non sono economisti finanziari, ma questo lo sapevamo. Il peggio è che non sono evidentemente neanche economisti. Infatti i maggiori propugnatori della Corazzata di cui sopra sono psicologi, avvocati o, quando va bene, laureati in ‘scienze’ politiche.


Sunday, 2 December 2012

Lorsignori, Friedman e i processi alle intenzioni


Chiunque abbia un’infarinatura di diritto penale sa che, fin dall’antichità, per ottenere una condanna l’accusa deve provare due elementi: l’acuts reus e la mens rea.

Vari testi più o meno riconducibili al coacervo (sarebbe forse più preciso dire accozzaglia, ma poi ci accuserebbero di argumentum ad hominem, e noi Aristotele l’abbiamo letto) di movimenti che abbiamo ormai preso l’abitudine di chiamare Lorsignori hanno attaccato le dottrine della Scuola di Chicago (con la quale per inciso personalmente non sono d’accordo su tutto) in quanto colpevoli, attraverso un processo di ‘shock and awe’ (termine di Lorsignori), di aver smantellato la spesa sociale in vari posti del mondo, inclusi gli Stati Uniti. Tale processo sarebbe stato portato avanti in particolare durante la presidenza Reagan. Limitiamoci per carità di patria a questo episodio, anche se sia chiaro potremmo maramaldeggiare citando il caso russo (dov’erano i fautori del libero mercato? Piuttosto c’erano faccendieri per lo più legati alla vecchia intelligentsia sovietica, in particolare Armata Rossa e KGB) e quello cinese (dopo Tienanmen le riforme liberalizzatrici furono fermate per anni, non certo implementate).

Andiamo quindi ad analizzare i due elementi che l’accusa deve provare.

Mens rea: non ci risulta che Friedman o alcun altro esponenti della scuola di Chicago, ne’ per questo nessun altro economista, abbia mai teorizzato l’utilizzo strumentale di vari disastri, figuriamoci poi la loro creazione ad arte, con l’intenzione di imporre questa o quella politica. Per la verità c’è un’eccezione, che vedremo in fondo.


Seguendo lo stile di Lisia, ammettiamo però, dopo averne dimostrato l’inconsistenza, che la mens rea effettivamente sia esistita e passiamo al dato saliente, ovvero l’actus reus.

Actus reus: facciamoci la domanda più importante: la spesa sociale negli Stati Uniti è diminuita sotto Reagan? La risposta è nel grafico qui sotto (fonte: heritage foundation http://www.heritage.org/research/testimony/the-size-and-scope-of-means-tested-welfare-spending), che dimostra non solo che la spesa sociale non è diminuita sotto Reagan, ma che non è proprio diminuita mai, almeno dalgi anni cinquanta. In caso qualcuno se lo chiedesse, anche la spesa totale dello Stato non è mai diminuita, ma non ci siamo limitati a far notare questo dato che la spesa statale comprende le spese militari.




Verdetto: mancando l’actus reus Friedman e tutti gli altri sono assolti, come direbbe la formula giuridica italiana, con formula piena, ovvero per non aver commesso il fatto.


Note a margine: ci preme far notare intanto che evidentemente l’accusa si è basata su idee sue proprie, presumibilmente generate da avvenimenti con nessi di causalità almeno dubbia (per inciso la mancanza del nesso di causalità inficierebbe anche la richiesta di risarcimento in sede civile) e ha scritto senza neanche avere la decenza di verificare i dati. Non possiamo non notare l’analogia tra questo modo di fare ed il modo di pensare di certi laureati in ‘scienze’ politiche, alcuni dei quali hanno occupato gli scranni del Parlamento in epoche più o meno recenti. E’ chiaro che questa particolare sottocategoria di Lorsignori tende a farsi un’idea basata su pochi casi, e ad innamorarsene al punto da non avere nemmeno lo scrupolo di verificarla. Per questo la parola ‘scienze’ è tra virgolette: il metodo scientifico impone la verifica empirica.


Altra considerazione è che, purtroppo, esiste una ‘cultura’ giuridica che ammette che la sola mens rea sia sufficiente alla condanna. In sostanza si tratta di processi alle intenzioni, ederitati dalle epoche più buie e riesumati dalle peggiori dittature del ventesimo secolo. Questi metodi furono utilizzati infatti sia nella Germania nazista che nell’Unione Sovietica, a partire dalle purghe staliniane, e in alcuni dei Paesi satelliti dell’URSS.

Almeno i tedeschi, che hanno una tradizione di capriole di teoria giuridica da far sembrare i bizantini dei principianti iniziata con la faccenda della translatio imperii che giustificò il Heilige Römische Reich Deutscher Nation, avevano teorizzato che il Führer era depositario non solo della Volkswille, ma anche del Volksgeist, giustificando così ogni atto nazista come emanazione diretta del popolo tedesco (non quindi solo in nome e per conto del popolo, ma proveniente direttamente dal popolo. E poi i tedeschi accusano gli italiani di cercare scuse! ).


I sovietici, notoriamente meno acculturati, non si giustificarono nemmeno.Per un esempio di come il processo alle intenzioni di staliniana memoria sia stato utilizzato a ditanza di anni nei Paesi satelliti, consigliamo la lettura di  Žert (lo scherzo) di Kundera più che del famoso Processo di Kafka.

E adesso l’eccezione di cui parlavamo prima: praticamente l’unico esempio di ‘shock and awe’ è Karl Marx, che teorizzava la rivoluzione per imporre il comunismo attraverso una fase di dittatura del popolo. In questo caso purtroppo è anche notoriamente, e tragicamente, presente l’actus reus della rivoluzione russa. A parte che abbiamo difficoltà a considerare Marx un economista, facciamo ricorso alle scienze comportamentali che ci dicono come ognuno tenda a predire il comportamento altrui attraverso quello che egli stesso farebbe in una situazione simile. L’esempio è il cane che, tenendo un osso sbavato tra le zampe, al vedere il padrone avvicinarsi ringhia perché pensa che l’uomo voglia toglierlo al cane per rosicchiarlo lui. In altre parole i marxisti, abituati ad imporre le loro idee in punta di fucile, penserebbero che anche gli altri facciano lo stesso. Questa però è solo un’ipotesi da verificare empiricamente: è preferibile infatti la verifica empirica delle idee, di cui è bene non innamorarsi tanto da difenderle contro la prova contraria.

Friday, 16 November 2012

Del moltiplicatore, ovvero perché tagliare spesa e tasse è meglio di tassare e spendere



Negli ultimi tempi si sente molto parlare di una visione alquanto equivocata dei predicamenti di Lord Keynes.

Partiamo con l’enunciarli e spiegare perché non hanno senso, per poi passare al perché questi argomenti non hanno neanche molto a che vedere col pensiero di Keynes stesso.

La ricetta proposta da più parti per uscire dalla crisi è essenzialmente più spesa di Stato.

Va da se’ che lo Stato da qualche parte i soldi deve trovarli. E allora le fonti sono essenzialmente 3. Ne vedremo dopo una quarta.

1-      Aumentare le tasse. La pressione fiscale ha raggiunto in Italia un punto eccessivo, esemplificato dal fatto che un aumento della pressione fiscale oggi porta ad una diminuzione delle entrate dello Stato.  Avvertenza ai politico-tecnici: il moltiplicatore non è fisso e le elasticità nemmeno (v. sotto), ripassate Laffer

2-      Prendere a prestito. La situazione in Italia è che lo Stato paga il 5% per finanziarsi e il debito va ridotto: anche chi non pensasse sia il caso deve fare i conti con il costo del debito, e non può non convenire che chi prende a prestito al 5% deve trovare investimenti che rendano di più. Dove sono?

3-      Stampare moneta. A parte che adesso la creazione di moneta è in carico alla BCE, c’è chi dice che se lo Stato prendesse il controllo delle presse da stampa, il problema sarebbe risolto. Sono coloro che credono nella macchina dei soldi di Babbo Natale (e di questi ci siamo occupati precedentemente. Si veda http://lettotralerighe.blogspot.it/2012/10/babbo-natale-e-la-macchina-dei-soldi.html). In sintesi è la via seguita dallo Zimbabwe e ancor prima dai vari John Law (Mississippi bubble): se ci fossero dubbi non finisce mai bene

Essenzialmente queste tre strade non sono percorribili al momento.

Ne esiste però una quarta, e cioè ridurre la spesa di Stato. Lorsignori (sempre loro sono) pensano, talvolta in buona fede, che riducendo gli sprechi si possano liberare risorse (e fin qui hanno ragione) da destinare a nuova spesa di Stato.

Adesso siamo chiari: se lo Stato tassa per spendere (o per investire, come dicono Lorsignori, ma il meccanismo è lo stesso) un euro deve passare per la macchina statale che incassa (l’autorità fiscale) e poi per la macchina statale che lo investe (di solito enti parastatali o ministeri). Al momento in cui questo euro arriva ad essere speso, va bene se è dimezzato (in effetti oggi lo Stato controlla il 55% del PIL: presumendo che il costo per unità di prodotto sia costante, un euro sarebbe ridotto a circa 50 centesimi all’atto di investirlo).

Naturalmente se invece quell'euro fosse risparmiato si eviterebbe il passaggio per la macchina di riscossione, ma dovrebbe comunque passare per quella di allocazione. L’euro sarebbe quindi (presumendo che le due macchine costino la stessa cifra) circa 75 centesimi (arrotondiamo per semplicità).

Adesso un passaggio logico abbastanza facile: se invece di dover spendere per spendere (effettivamente è così dato che c’è una macchina che alloca le risorse, e questa costa soldi) se l’euro risparmiato viene retrocesso ai cittadini ed alle imprese in forma di minori tasse, ecco che invece di 75 centesimi ridiventa un euro intero! Consideriamo anche che, anche se la macchina statale non costasse niente (o se fosse vero che l’euro non tassato non avesse costi, che è l’argomento principe dei sostenitori della spesa), gli impiegati pubblici sono meno produttivi di quello privati in ogni parte del mondo. Per l’Italia il differenziale di produttività è circa del 40% (dati Corte dei Conti, non un ente propriamente liberista).

Vedete signori keynesiani: questo semplice ragionamento è IL motivo per cui il moltiplicatore positivo è un mito. Se n’era accorto Barro, se n’era accorto Friedman e ancora prima se n’era accorto Hayek. Lo sa anche Stiglitz, ma fa finta di non accorgersene (in uno dei suoi paper più noti esplicita chiaramente di ipotizzare che il costo pubblico e privato sia lo stesso: evidentemente sa che non è così).

Quanto al punto finale, ovvero quanto di quello proposto da Lorsignori sia in linea con il pensiero di Lord Keynes, si consideri che per l’economista inglese va bene che lo Stato abbia un deficit durante una recessione (per compensare il calo della spesa da parte dei privati), ma a patto che (e qui casca l’asino) abbia risparmiato il surplus nei tempi di espansione economica. Succede che l’Italia, ma anche praticamente tutti gli Stati sviluppati, abbia non solo speso tutto, ma anche preso a prestito. Adesso per aver speso troppo ci troviamo in difficoltà a ripagare il debito. Non è forse logico che i creditori richiedano un rendimento maggiore in virtù del maggior rischio che si accollano prestandoci? E Lorsignori continuano a dar la colpa alla speculazione brutta e cattiva: da che mondo è mondo chi paga i suonatori sceglie la musica, perciò chi vuol mantenere spazi intatti di sovranità deve accettare che questo passa per una riduzione del debito. A quel punto l’orchestra la pagheranno i cittadini, e potranno decidere se ascoltare Bach o Vivaldi (o Beethoven o Verdi, a seconda dei gusti).

Nota a latere sulle elasticità diverse e non costanti: i dati dimostrano (v. vari studi di Alesina) che l’economia risponde in modo diverso a riduzioni del debito attuate con l’aumento delle tasse a quelle attuate con la riduzione della spesa. In particolare la riduzione della spesa fa contrarre meno il PIL di quanto non lo facciano nuove tasse.

Ci sarebbe poi anche l’argomento, indirettamente proposto da Laffer, secondo il quale aumentare le tasse porta ad effetti progressivamente peggiori sulla crescita, ovvero per ogni punto di aumento delle tasse l’impatto negativo è maggiore di quello del punto precedente. Questo però è un altro argomento, ed è anche più complesso (in sintesi si può dimostrare attraverso l’uso delle real options, o opzioni reali, come fa ultimamente Merton, ma la comprensione dei passaggi presuppone conoscenze matematiche alquanto avanzate, e da un lato questa non è la sede, dall’altra la maggior parte di Lorsignori sa a malapena contare). Per ora accontentiamoci di quanto esposto con buona pace del keynesiani, con i quali per quanto visto sopra se Keynes fosse vivo oggi sarebbe molto probabilmente in disaccordo.