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Friday, 3 August 2012

Il debito e la sindrome della colpa all'arbitro



E’ comune in tutto il mondo, ma probabilmente patologico in Italia, dare la colpa di qualcosa di spiacevole a qualcun altro invece di cercare di capire cosa possiamo fare per migliorare la situazione in futuro. Nello sport questo si esemplifica in quello che potremmo chiamare ‘sindrome della colpa all’arbitro’. Quando perde la squadra del cuore è difficile accettare che la sconfitta possa essere stata causata dallo scarso rendimento dei giocatori in campo o semplicemente dalla miglior prestazione degli avversari, e si tende quindi ad incolpare fattori esterni. Il più ovvio tra i fattori esterni è l‘arbitro. Questo non vuol dire che gli arbitri siano perfetti o che non siano talvolta corrotti. Vuol dire però che sarebbe possibile chiedersi cosa fare meglio la prossima volta indipendentemente dai fattori esterni, proprio perché questi si suppongono non controllabili.

Una delle semplificazioni più comuni è ritenere che se uno non ha partecipato allo spendi e spandi degli ultimi 40 anni circa non ne abbia in qualche modo beneficiato.
E' certamente vero che i pensionati baby, gli assunti in eccesso della PA e i volponi in generale hanno beneficiato più degli altri.
Questo però non vuol dire che un clima di crescita 'presa a prestito' dal futuro attraverso l'indebitamento eccessivo (in Italia dello Stato, in altri posti del settore privato) non abbia beneficiato anche chi si è ben comportato. Infatti i salari sono stati più alti, i servizi meno costosi e i benefit più ampi di quanto ci potevamo permettere, e questo ha beneficiato tutti.

Se poi si vuol dire: è giusto che, per esempio, si dimezzino le pensioni di chi si è ritirato a 40 anni, questo non è sbagliato, ma non credo andrebbe molto bene ai sindacati.
Aumentare le tasse ai 'ricchi' invece è al momento sbagliato se incrementa la pressione fiscale. Se invece è una redistribuzione accompagnata da una corrispondente diminuzione della pressione sui ceti medi è neutrale, e se ne può al limite anche parlare.
In ogni caso questo non risolve il problema: non ci possiamo permettere il livello di spesa attuale già da un pezzo. Sia fuori che dentro l'Euro dobbiamo mettere i conti a posto. Lo Stato non può continuare a tassare più della metà del reddito perché un livello d’imposizione fiscale così alto danneggia la crescita, rendendo quindi ancora più difficile riuscire a ripagare il debito esistente.

L’unica strada possibile è diminuire la spesa dello Stato e ridurre le tasse: chi ha già debiti superiori al 100% del proprio reddito non può incrementarli ancora: chi lo suggerisce o non comprende le conseguenze  di un ulteriore indebitamento o è in mala fede.
Non diverte a nessuno dover pagare i debiti delle generazioni passate, ma purtroppo i nostri predecessori sono andati al ristorante e hanno lasciato il conto a noi. L’unica scelta praticabile è pagare, dato che le alternative sono tutte peggiori, dato che portano inevitabilmente ad iperinflazione ed aumento della povertà in misura ben maggiore e per periodi ben più lunghi di quello che succede oggi.

Diamo anche una parte della colpa all’arbitro se proprio dobbiamo, ma almeno riconosciamo che possiamo fare meglio. E se possiamo è dovere civile, morale e per chi crede anche religioso darsi da fare per migliorare.

Thursday, 26 July 2012

Economia e rapporti con altre scienze



L’Economia ha assunto negli ultimi decenni una veste sempre più matematica e quantitativa. Certamente non c’è nulla di sbagliato nel cercare di dare rigore scientifico alle teorie economiche riportandole in linguaggio matematico. Uno dei pilastri di cui però si avvale spesso l’economia quantitativa è quello dell’ottimizzazione. Certamente l’idea di base, che cioè ognuno massimizzi la propria utilità e che questo si possa esprimere come la risoluzione di un problema di massimo o minimo, è interessante. Proviamo a considerarlo senza scrivere righe intere di equazioni.
Il problema si complica quando andiamo ad applicare ottimizzazioni nel concreto. Per essere risolvibile in forma chiusa, infatti, un problema di ottimo ha bisogno della derivabilità della funzione obiettivo (il teorema di Lagrange deve reggere).
Questo presuppone anche una forma di funzione che si può risolvere con programmazione lineare o tutt’al più quadratica. Sfortunatamente, i constraint delle curve di utilità rendono spesso il problema irrisolvibile.
Consideriamo infatti una preferenza a più orizzonti: ad esempio una persona che voglia massimizzare il proprio utile immediato senza compromettere quello a lungo termine. Anche nella versione più semplice questo problema crea 2 piani bidimensionali. I punti della frontiera delle scelte saranno posizionati in parte nel piano ‘immediato’ ed in parte in quello ‘a lungo’. Questo rende la funzione in ciascuno dei due piani solo a pezzi concava o convessa, e potrebbe renderla addirittura non continua in alcune parti.
Si vede chiaramente che in condizioni del genere Lagrange non regge: l’equazione non si può perciò risolvere in forma chiusa. E’ possibile in alcuni casi la soluzione per iterazioni, ma questa potrebbe essere un ottimo locale: potrebbe in altre parole esistere una soluzione migliore che l’iterazione non ha trovato.
Un’altra possibilità è seguire un metodo Bayesiano e riconoscere l’utilizzo di conoscenze preesistenti (prior) che si possono utilizzare come constraint di ottimizzazione.
Il problema di ottimizzazione comunque, anche se con Bayes viene ridotto ad un solo piano, può portare a funzioni parzialmente non derivabili (in verità l’insieme di prior perfetti porterebbe alla stessa funzione che avevamo sopra nel piano ‘immediato’).
Questo ci porta all’interazione tra economia ed altre scienze, a partire dalla storia, fino a toccare la filosofia e ricomprendere la logica e l’etica (che potremmo comunque considerare sempre parte della filosofia) e la psicologia.
Questa commistione di conoscenze è la nuova frontiera di un’economia che, non scordando le radici matematiche e scientifiche, riporta il comportamento umano in una dimensione multipla e cerca soluzioni con la logica induttiva, riconoscendo che le situazioni non sono quasi mai uguali, e che le differenze possono impedire l’applicazione di una soluzione che ha funzionato in passato.

Tuesday, 5 June 2012

Di decrescite (forse) felici che portano a povertà (certamente) in aumento




Si sente parlare da un po’ dell’inadeguatezza del PIL come misura del benessere di una Nazione. Certo: per sapere che il prodotto non è sinonimo di benessere basta un vocabolario o una ricerca su internet.

Si sono quindi cercate alternative al PIL che descrivano, invece della ricchezza prodotta, il benessere. Finora però gli economisti e non che si sono cimentati in questo agone non sono arrivati a granché, perché si sono scontrati con un problema fino adesso insormontabile: come si può misurare il benessere?

Siccome a molti liceali è stato insegnato a seguire una logica precisa (derivante tra l’altro da Aristotele via Galileo) di solito quando si affronta un problema del genere bisogna cercare innanzitutto una definizione. La domanda diventa dunque: come si definisce il benessere? Finora nessuno è riuscito a dare una risposta convincente a questa domanda.

A questo punto il buon liceale, armato di logica aristotelica, se intellettualmente onesto deve farsi la prossima domanda della sequenza: mi sto facendo la domanda giusta o ce n’è una che mi aiuta a risolvere il problema se solo lo guardo da un altro punto di vista? Questo è quello che viene solitamente definito pensiero laterale: difficilissimo per molti, naturale per altri, ricercato e pagato a peso d’oro da banche d’affari e multinazionali varie, ovvero il diavolo per gli zeloti della decrescita (forse) felice, che nel prosieguo definiremo Lorsignori.

Vedremo dopo se la domanda esiste e che risposta possiamo trovare.

Ebbene, come si è visto, per arrivare fin qui basta la logica del Liceo: un po’ di Galileo, un po’ di Aristotele e il benessere interno lordo è fuori dai giochi, perché il benessere non si può definire in modo oggettivo. In altre parole quello che fa star bene qualcuno può far stare male il suo vicino, e comunque il benessere di più persone si potrebbe sommare ma anche sottrarre. Dovrebbe essere già chiaro quindi che non ci troviamo nell’ambito della scienza (economica o meno), ma tutt’al più nel mezzo di teorie sociologiche quando ne discutiamo. Ricordiamo anche che ‘sociologo’ è una delle offese peggiori per un economista od uno storico, ma questo è un altro discorso.

Quindi coloro, che si definiscano o meno economisti (abbiamo visto che in realtà sono sociologi, ma è una considerazione a latere), che parlano di benesseri interni non si fermano di fronte all’indefinibilità di quello che propongono: da veri sociologi arrivano a dire addirittura come arrivare ad aumentarlo. Come si possa aumentare qualcosa che non si riesce neanche a definire in modo preciso è ovviamente esercizio di pensiero che richiama le dispute sul sesso degli angeli. Ricordiamo che cotali dispute, dopo aver impegnato le più belle menti della filosofia bizantina per qualche secolo, arrivarono alla conclusione che gli angeli non hanno sesso. Nel frattempo Costantinopoli era caduta in mani turche: le discussioni pare si protraessero anche durante l’assedio. A parziale discolpa dei teologi coinvolti ne’ Galileo ne’ Descartes (o Cartesio, alla latina) erano ancora nati, scusa che oggi non si può più accampare. Neanche il buon francescano Occam, scettico quasi radicale, era probabilmente noto agli orientali bizantini.

La ricetta per aumentare il benessere secondo Lorsignori è consumare di meno. Alla domanda (ovvia) quanto meno viene risposto: abbastanza. Il benessere, già confusamente definito, viene quindi aumentato consumando una quantità ancor meno definibile.

La prossima domanda tende a smascherare Lorsignori per quello che effettivamente sono. La domanda è: chi decide quanto è abbastanza per me? Perché se lo decido io va benissimo, ma siamo daccapo. Se voglio qualcosa che altri considerano inutile nessuno può contestarlo. Ne segue che dovrebbe essere una sorta di comitato scelto o addirittura composto direttamente da Lorsignori, magari con crisma di ente statale, che decide e rende obbligatorie le decisioni.

Se ancora ci fosse qualcuno che aveva dubbi adesso è ovvio: Lorsignori sono amanti della pianificazione centralizzata e dell’intervento dello Stato nella vita dei cittadini. Lorsignori quindi non possono essere altro che socialisti o comunisti, o tutt’al più socialisti nazionalisti (magari dei lavoratori). I regimi con pianificazione economica hanno portato finora sicuramente ad un aumento della povertà: sia Cuba che l’Ucraina, in passato grandi produttori agricoli, sono adesso costretti ad importare cibo. E’ difficile dire che questo abbia migliorato il benessere della popolazione.

Smascherati dunque Lorsignori con le sole armi di una logica da scuola superiore, passiamo alla domanda che avevamo posto sopra: c’è un modo di guardare le cose che aiuta a far stare meglio il maggior numero di persone possibili? Fortunatamente questo esiste, anche se non basta più aver fatto il Liceo per saperlo. Guardiamo come diminuire la povertà: pochi definirebbero una diminuzione della povertà come qualcosa che non aumenti il benessere.

Sappiamo dai dati storici che la povertà diminuisce di più quando abbiamo più crescita economica (v. Barro e Sala-i-Martin: Economic Growth). Sappiamo anche che questo non è ovvio: infatti la media potrebbe crescere senza beneficio per i più poveri. Fortunatamente non è così. Chiarifichiamo che meno povertà non significa neanche necessariamente, però, una crescita dell’uguaglianza: infatti i più poveri possono stare meglio senza che la distribuzione del reddito arrivi a beneficiare coloro che non sono ne’ poveri ne’ ricchi.

Crescita economica significa crescita, ebbene sì, proprio del PIL. Creare le condizioni per la crescita del PIL significa quindi sicuramente diminuire la povertà. Se questo sia definibile come aumento del benessere non possiamo però dirlo, in quanto si è visto che il benessere non è stato ancora definito, neanche da Lorsignori. E’ chiaro però dai dati che una crescita inferiore, o addirittura una decrescita, del PIL aumenta la povertà. Anche non sapendo definire esattamente il benessere pensare che questo possa aumentare quando aumenta la povertà pare un esercizio degno dei teologi che discutevano sul sesso degli angeli sotto le cannonate turche.

Come se tutto questo non bastasse si noti che l’argomento principale di Lorsignori, secondo il quale i costi della crescita in termini ambientali e di risorse la renderebbero negativa se considerati, non tiene conto del fatto che molti di questi costi sono già inclusi nei prezzi dei prodotti che impiegano più risorse, aumentandone il prezzo. Laddove non lo fossero, basterebbe includerli. Basta quindi il mercato per risolvere il problema, dato che prezzi più alti non possono non corrispondere a consumi più bassi.

Wednesday, 11 April 2012

Lo Stato, il Muratori e i soldi di tutti



Il grande storico settecentesco Ludovico Antonio Muratori riporta nelle sue ‘Antiquitates Italicae Medii Aevi’ la risposta data da un Principe ad una popolazione che aveva chiesto, in termini molto pomposi (‘Assai Cruscanti’, dice il Muratori) la riparazione di un ponte diroccato. Il Principe rispose:

‘E quindi, e quinci e guari rifate ‘l ponte co’ vostri denari’.

Sembra che questa sia diventata, anche se articolata in modo meno ‘Cruscante’, la risposta dello Stato italiano a tutti i vari richiedenti, questuanti e clientes abituali alla richiesta di soldi di Stato.

Chiaramente i richiedenti portano avanti argomentazioni a prima vista condivisibili, come la necessità del sostegno ad una certa industria, o addirittura alle libertà fondamentali, come ultimamente quella di stampa.
Ci sono buoni motivi per spiegare cosa succede quando lo Stato accondiscende a queste richieste.
Diciamo che i soldi siano stati richiesti per sostenere la stampa di partito (esempio degli ultimi tempi).

Lo Stato ha sostanzialmente tre modi (o una combinazione dei tre) per procurarsi i soldi da elargire:

1-Aumentare le tasse. Nel caso di un giornale di partito che leggono in pochi questo significa che anche i cittadini che non lo leggono effettivamente pagano per la sua esistenza. A parte le considerazione sul fatto che questo sia giusto o sbagliato, è evidente che tutti i cittadini, per sostenere un’impresa (un giornale in fondo questo è) in perdita avranno meno soldi da destinare ad altre cose, come ad esempio comprare qualcosa che vogliono (ricordiamo che il giornale non lo volevano, altrimenti non sarebbe stato in crisi) o risparmiare. Nel primo caso un’impresa potenzialmente profittevole vedrà i suoi profitti diminuire o azzerarsi, nel secondo meno credito sarà disponibile per investimenti ad aziende che ne hanno bisogno per restare competitive.

2-Prendere soldi a prestito. Fino a pochi anni fa questa era la scelta principale dello Stato italiano. Sembra sia chiaro a tutti, almeno adesso, che i debiti vanno saldati, e che ora è il momento di farlo.

3-Stampare denaro. Lo Stato italiano non ha, meno male, più questa possibilità, adesso nelle mani della BCE. Se l’avesse, comunque, l’effetto di un aumento della massa monetaria senza aumento della ricchezza prodotta si tradurrebbe nello svilimento del valore della moneta, ovvero inflazione, in tempi più o meno brevi.

E’ ovvio che nessuna delle tre possibilità viste sopra rappresenta un miglioramento della condizione dei cittadini, che vedono il loro potere d’acquisto, il loro reddito disponibile od entrambi calare per effetto della scelta di un Governo di sostenere una causa persa.

Proprio per i motivi descritti sopra speriamo che il Governo continui a rispondere a tutti i vari questuanti di Stato nei termini del Muratori: ‘Rifate ‘l ponte co’ vostri denari’.

Friday, 20 January 2012

Se i vecchi vanno in pensione più tardi è più, non meno, facile trovare lavoro per i giovani.

Si sente dire sempre più spesso da persone, soprattutto politici, male informate (o in malafede) che ritardare l’età pensionabile renderebbe più difficile per i giovani trovare lavoro: invece è l’esatto contrario, e lo dimostriamo con argomenti logici e con la teoria economica. Per chi non avesse voglia di leggere tutto una premessa: la logica e la teoria economica, che da questa in fondo deriva, dicono la stessa cosa dei numeri, che riportiamo in fondo.
Prima la logica, che per gli ammiratori della Scuola di economia austriaca è la luce che guida la teoria economica.
Ebbene, affermare che prima vanno in pensione i vecchi, più posti di lavoro si ‘liberano’ per i giovani presuppone che il numero dei posti di lavoro disponibile sia fisso e che i giovani prendono il posto lasciato dai vecchi. Alternativamente la logica potrebbe funzionare se ci fosse una sorta di ‘coda’ per cui ad esempio i sessantenni, al momento del pensionamento, lasciano il posto ai cinquantenni, i cinquantenni di seguito ai quarantenni e così via. Il primo ovvio problema è che quest’ultima ipotesi richiede che le competenze richieste sul lavoro siano costanti o simili nel tempo, tanto da poter essere imparate e perfezionate in modo costante da tutti. Si presuppone anche che gli avanzamenti di carriera avvengano esclusivamente per anzianità e mai, o solo rarissimamente, per merito. Questi difetti logici sono abbastanza gravi, ma prendiamo comunque tutto per buono.
Il vero problema con il ragionamento di cui sopra è che, ammesso come dobbiamo per farlo funzionare che il numero dei posti di lavoro fosse fisso, il tasso di disoccupazione dovrebbe crescere con l’aumento della popolazione. Infatti è ovvio che una popolazione in crescita significa più giovani che entrano nel mondo del lavoro che vecchi che lo lasciano. Il tasso di disoccupazione però non solo non aumenta all’aumentare della popolazione, ma addirittura diminuisce. Il grafico sotto riporta la popolazione italiana (in milioni, scala a destra) ed il tasso di disoccupazione in Italia (in percentuale, scala a sinistra) dal 1983 ad oggi.


In questo periodo tra l’altro non solo si è avuto un aumento della popolazione, evidente dal grafico, ma anche un progressivo aumento dell’età pensionabile. Da una semplice osservazione del grafico appare già chiaro che la disoccupazione non solo non aumenta all’aumentare della popolazione, ma addirittura diminuisce.
Per gli amanti dei numeri la correlazione è -58%.
Esaurita la dimostrazione per assurdo, tanto cara ad Occam (filosofo, non economista: si rassicurino pure i non economisti), chiediamo aiuto alla teoria economica per cercare di spiegare il fenomeno.
Tutti gli economisti, incluso Marx (il fatto che non fosse davvero un economista ignoriamolo) sono d’accordo nel dire che il lavoro crea valore. Questo significa che una maggior quantità di lavoro crea maggior valore, e perciò maggiore crescita. La crescita porta poi ad un aumento della domanda di beni e servizi (dovuta nel nostro caso anche ad un semplice aumento della popolazione: più gente ha bisogno di mangiare, vestirsi etc.) che fa aumentare l’occupazione. Fin qui la teoria economica.
Purtroppo, come al tempo di Galileo gli aristotelici si rifiutavano di guardare i risultati degli esperimenti del grande pisano pur di non dover ammettere che Aristotele (o meglio la loro interpretazione dei suoi scritti) aveva torto, ancora oggi ci saranno coloro che affermeranno che quanto sopra non basta, che è solo teoria (anche se abbiamo riportato numeri) e così via.
Ebbene per essi ci sono studi empirici. Qui citiamo quello del Dipartimento di Industria e Commercio britannico del 2003 (governo laburista: non lo si accusi quindi di essere di destra ultraliberale). A partire da pagina 60 (70 del pdf) viene dimostrato con dati empirici di diversi Paesi che ritardare l’età pensionabile non fa aumentare la disoccupazione giovanile. Agli scettici buona lettura al seguente link:

Thursday, 15 December 2011

L’Euro e la deflazione di Weimar: perché gli sforzi per riconquistare la fiducia dei mercati nell’Euro per ora sono falliti


E’ ormai chiaro a molti analisti che il motivo per cui una soluzione vera alla crisi dell’Euro non è stata trovata finora è l’incubo tedesco di una ripetizione dell’iperinflazione che distrusse la Repubblica di Weimar e consegnò lo Stato ai Nazisti.
Sembra questa l’unica spiegazione possibile per un Paese esportatore che forza una stretta fiscale nei suoi principali mercati di sbocco: irrazionalità che confina con la follia.
Non è la ripetizione dell’iperinflazione della Repubblica di Weimar che i tedeschi dovrebbero temere, ma la forte deflazione che ebbe la stessa Repubblica.
Se i creditori sono preoccupati per le difficoltà degli Stati europei di ripagare il loro debito non è perché il debito è alo in se’, ma perché è alto in proporzione al PIL. L’attenzione di investitori razionali nei mercati del credito è perciò sulla crescita quanto sul debito.
Correggere uno squilibrio del rapporto deficit /PIL può essere paragonato al tiro ad un bersaglio mobile, con la differenza che il tiro può anche muovere il bersaglio. Il problema di usare solo, o prevalentemente, misure di austerità è che i benefici sul debito possono essere cancellati dal danno al PIL. Se lo Stato aumento le tasse, questo stesso atto può diminuire la crescita tanto da generare entrate fiscali più basse di quelle che lo Stato avrebbe avuto senza aumentare le tasse. In questo modo può essere iniziata quella che gli economisti chiamano un spirale di debito. Una volta iniziata, uscire da una spirale di debito può essere molto difficile.
Li misure adottato in Grecia fino ad ora sono proprio un esempio di spirale di debito. Il Governo impone solo, o prevalentemente, nuove tasse con poche riforme strutturali o veri tagli alla spesa dello Stato. Questo porta ad una contrazione economica che finisce per deprimere le entrate fiscali. Ripetere daccapo. Alla fine, questo ha creato forte deflazione in Grecia.
Se l’Italia farà lo stesso il problema si presenterà su scala molto più grande. Ciò potrebbe portare a fallimenti multipli di Stati, banche ed aziende in tutta Europa e nel mondo e, come ultimo atto, stampa di moneta ed iperinflazione.
Questa, signori tedeschi, è la ricetta giusta pe runa ripetizione dei problemi di Weimar, non stampare moneta adesso.
Il motivo per cui stampare moneta porterebbe solo ad un modesto rialzo dell’inflazione è molto semplice: i meccanismi di trasmissione del credito non funzionano a dovere perché il sistema bancario non sta rispondendo. Se questo non fosse il caso, le massicce iniezioni di liquidità nel sistema bancario da parte della BCE avrebbero già creato inflazione ben oltre il 5%. In linguaggio da economisti, la velocità della moneta è molto bassa. Se dovesse accelerare di nuovo a livelli normali con il rischio di creare inflazione, sarebbe relativamente semplice per la Banca Centrale limitare di nuovo la liquidità.  Se non è chiaro come farlo a Francoforte, signori dell’Eurotower, potete mandare un’e mail al vostro amico in Toscana. A pensarci bene potreste voler venire di persona: fate voi.
Stampare moneta, quindi, non sarebbe una soluzione in se’. Altre misure sono necessarie. Progressi sono stati fatti per aiutare il sistema bancario a funzionare di nuovo (a dimostrazione che Draghi sa già cosa fare, anche se potrebbe voler venire in Toscana lo stesso per un buon pranzo) ma si deve fare di più sul fronte della crescita, e questo è lavoro dei politici.
Bisogna notare innanzitutto che ci sono studi (ad esempio di Alberto Alesina di Harvard) che mostrano come diminuire la spesa dello Stato è un modo molto migliore per riequilibrare il rapporto debito/PIL di quanto non lo sia alzare le tasse. Quindi le misure fiscali dovrebbero andare molto più nella direzione di tagli e meno nell’aumento delle tasse. Per ora è stato il contrario in Europa, eccetto forse in Gran Bretagna. L’Italia ha annunciato una serie di liberalizzazioni e vendite di asset governativi anche locali ma non ha ancora fatto niente di concreto. Vedremo se l’economista Mario Monti riuscirà dove finora tutti hanno fallito.
Con le risorse così rese disponibili è necessario non ascoltare suggerimenti di incrementare la spesa statale ma di utilizzarle per ridurre il debito. Coloro che suggeriscono interventi keynesiani non considerano che questi non funzionano se lo Stato può finanziarsi solo a tassi punitivi. D’altra parte lo Stato deve ridurre la burocrazia per incoraggiare investimenti privati in necessarie infrastrutture. Tutto quello che lo Stato deve fare è vendere le concessioni: il libero mercato può fare il resto. Le ferrovie europee sono state costruite così nel diciannovesimo secolo, quindi perché non dovrebbe funzionare ancora?
La combinazione di questi interventi avrebbe forte effetto di stimolo, specialmente se venissero anche adottate azioni per aumentare la partecipazione alla forza lavoro. Questo significa mandare la gente in pensione più tardi (come stanno facendo) ed incoraggiare l’occupazione di donne e giovani. Se queste misure avranno successo nell’aumentare la partecipazione alla forza lavoro, la crescita trend si alzerà.
Allo stesso tempo , però, è anche necessario ristabilire il funzionamento dei canali di trasmissione del credito.
Al momento questi non funzionano perché le banche preferiscono mantenere liquidità invece di prestare ad altre banche. Questo è dovuto ad incertezze riguardo gli haircut sul debito sovrano (che si stanno eliminando in Europa grazie soprattutto all’intervento francese) e sulle riserve di capitale. Se l’Europa vuole evitare una stretta creditizia deve chiarificare quali saranno le riserve necessarie e quando saranno introdotte. L’incertezza creata dai politici in merito condiziona negativamente gli sforzi che l’ottima BCE fa per introdurre misure di liquidità.
Il giornalista italiano Beppe Severgnini ha scritto sul Financial Times chiedendo ai tedeschi di smettere di essere irrazionali sull’inflazione, notando correttamente che quando i mediterranei chiedono ai tedeschi di smettere di agire in modo emotivo si contraddicono alcuni cliché.
Il Cancelliere Merkel ha il dovere di spiegare le conseguenze di austerità senza crescita (ovvero la deflazione) ai suoi elettori, altrimenti potrebbe essere rieletta solo per coordinare la rottura dell’Unione Europea (con corollario di iperinflazione).
Signori tedeschi: nessuno vuole i vostri soldi. Dovete solo essere ragionevoli. Vediamo se finalmente capiscono!

Monday, 28 November 2011

Reductio ad absurdum: perché l’Euro non sparirà


Molti continuano a chiedersi se l’Euro può effettivamente cessare di esistere. Premesso che tutto è possibile, proviamo a dimostrare per assurdo perché uno sfaldamento della Moneta Unica è almeno poco probabile.
Premettiamo che, data la cattivissima gestione della crisi da parte francese, ma soprattutto tedesca, il costo di tenere insieme l’Euro è aumentato, ovviamente in modo esponenziale (come faccia la Merkel con un PhD in fisica a non averlo previsto è un mistero). Data infatti la storia pregressa, sono stati reintrodotti all’interno dell’Unione Monetaria prima il rischio di credito (non è più ovvio che uno Stato non possa fallire: si veda post precedente), e poi il rischio di cambio. Quest’ultimo punto richiede forse un’ulteriore spiegazione. Quando Francia e Germania, in una delle conferenze stampa che hanno seguito uno dei loro tanti (troppi?) incontri bilaterali hanno dichiarato che il restare o meno nell’Euro stava alla Grecia, hanno effettivamente ammesso la possibilità di uscirne. I mercati, logicamente, non potevano non cominciare a prezzare la possibilità di uscita dall’Euro, intesa come percentuale di svalutazione in caso di uscita moltiplicato per la probabilità che il fatto avvenga. La probabile svalutazione monetaria si aggira, secondo molti, intorno al 30-40%. Anche una probabilità di uscita non grandissima, diciamo un 10%, giustifica quindi un aumento degli spread del 3-4%: un’enormità.
 Tutti gli spread da allora sono quindi aumentati notevolmente. In particolare sono aumentati quelli a breve più di quelli a lungo termine. Ovvero il costo di finanziamento di una Stato di cui si percepisce la possibile uscita è adesso maggiore a 2 anni che a 10. Anche se questo non può essere provato, non è escluso che il maggior costo sia da imputarsi appunto al possibile tasso di cambio di una nuova (vecchia) valuta, che da una parte è più probabile nel breve termine che nel lungo termine (se l’Euro sopravvive i prossimi 2 anni è probabile che sopravviva anche i successivi 8) e dall’altra, in ogni caso, avrebbe effetti soprattutto nel breve termine. Il termine sarebbe quello della durata media del debito, che nella periferia dell’Eurozona è appunto intorno a 2-3 anni.
Dato quanto sopra la crisi dell’Euro sta assomigliando sempre di più ad una crisi di Paesi emergenti che avevano deciso di legare la loro valuta ad una più forte. Ci sono molti esempi di queste crisi in Sud America nei decenni passati: in questi casi i Paesi legavano la loro valuta più tipicamente al Dollaro Americano. Ci sono ovviamente differenze tra questi casi e quello dell’Euro, in quanto in Sud America le valute sono sempre rimaste separate (un dollaro era un dollaro ed un peso era un peso). I rischi coinvolto sono però simili: appunto rischio di credito e rischio di cambio dello Stato più debole.
Utilizzando i precedenti  appena citati, vediamo dunque come si svolgerebbe un’eventuale rottura. Prima che a qualcuno prenda paura: questo scenario è di gran lunga il meno probabile, e leggendo fino in fondo si vedrà perché.
La popolazione si sveglia una mattina, quasi sempre di Domenica dato che le banche sono chiuse, ed apprende che da oggi un euro è diventato X nuove Lire, Dracme etc. Fin qui ovviamente l’immaginazione di molti si sarà già spinta. La maggior parte delle persone non avrà però pensato alle conseguenze inevitabili, a meno che altri provvedimenti vengano presi contestualmente. Lunedì mattina si creano code agli sportelli delle banche perché tutti vogliono ritirare i loro soldi e/o cambiarli in un’altra valuta (o semplicemente vengono intasati i server degli istituti di credito da operazioni di bonifico su estero). Infatti si penserebbe, con buone ragioni, che la nuova (vecchia) moneta si svaluterebbe rapidamente contro altre monete più forti. Questo porterebbe con ogni probabilità al collasso del sistema bancario prima ancora che lo facessero le partite di debito denominate in moneta forte. L’unico modo per evitare il collasso sarebbe annunciare, contestualmente all’introduzione della nuova (vecchia) valuta limiti di ritiro dai conti correnti e, soprattutto, limiti all’espatrio di capitali ed al libero movimento di merci e persone oltre confine. Questi limiti sarebbero in contrasto con i trattati costitutivi dell’Unione Europea. Un collasso dell’Euro sarebbe quindi inevitabilmente legato alla disgregazione, o almeno alla sospensione con prospettive di forte ridimensionamento, dell’Unione stessa. Tutto questo probabilmente non salverebbe le banche, che avrebbero bisogno di iniezioni di capitale massicce dallo Stato.
Prima di pensare che questo sarebbe auspicabile inviterei a considerare che le conseguenze sarebbero indesiderabili per tutti, in particolare per i Paesi esportatori, tra cui anche l’Italia. Chi ha più da perdere da un ridimensionamento dell’Unione è ovviamente la Germania, l’esportatore più forte soprattutto intra-Eurozona, che subirebbe il doppio effetto di una rivalutazione drastica della propria valuta e di nuovi limiti al libero movimento di merci. Già questo spiega perché un collasso dell’Euro è improbabile: costerebbe alla Germania molto più di mantenerlo in piedi (vedi ‘la Germania e l’apprendista stregone’).
Le conseguenze di una rottura, però, non si limiterebbero a quelle appena descritte. Quelle sulle aziende sarebbero anche più pesanti. Infatti molte delle partite commerciali anche di piccole imprese sono ormai internazionali. Ad esempio un’azienda spagnola che deve pagare un fornitore francese in Euro vedrebbe il suo debito aumentare per effetto della svalutazione della Peseta contro il Franco. Le interconnessioni sono tante e tali che una serie di fallimenti a catena sarebbero probabili. Ovviamente questo porterebbe ad un aumento esponenziale della disoccupazione in tutta Europa. Alla fine l’unico modo per evitare una serie di fallimenti a catena negli Stati che lasciassero l’Euro sarebbe stampare moneta, il che porterebbe ad una spirale inflattiva che finirebbe per non riuscire a contenere significativamente i fallimenti ma creerebbe ancora maggior distruzione di ricchezza.
Dato quanto sopra, quindi, è molto improbabile che una rottura dell’Euro venga ammessa, non ultimo perché danneggerebbe di più proprio chi oggi si oppone a misure monetarie drastiche, ovvero la Germania.
A questo punto viene da chiedersi se i politici tedeschi sappiano tutto questo. La risposta, con ogni probabilità, è che lo sanno, ma forse pensano di poter arrivare alle elezioni del 2012 prima di mettere in atto l’inevitabile. Dubitiamo che avranno questo lusso, in quanto la funzione esponenziale (sempre lei) sta già esercitando la sua pressione.