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Wednesday, 10 October 2012

Lo stimolo e la crescita (che non arriva)






In molti si chiedono cosa stia succedendo all’economia mondiale, e perché, nonostante gli interventi espansionistici della maggior parte delle Banche Centrali, non si torni alla crescita vista prima della crisi.

Ci troviamo in un momento di riduzione dell’indebitamento mondiale, che era cresciuto a dismisura a causa di tassi di interesse reali troppo bassi originati da meccanismi dannosissimi quali la cosiddetta ‘Greenspan put’. In effetti una politica monetaria espansiva (oltretutto accelerata da un aumento della velocità di circolazione della moneta) senza il contraltare di un aumento della produttività non può che creare inflazione. I meccanismi della crescita sono noti, come lo è la crescita trend (si veda Barro e Sala-i-Martin, Economic Growth). Mantenere una crescita sistematicamente sopra il trend non è possibile: farlo significa poi dover tornare indietro con un aggiustamento fortissimo (a crescita negativa iniziale), iniziato con riduzione della leva (indebitamento) che si riverbera poi in una crescita bassa per un periodo prolungato di tempo. Storicamente tali processi si sono protratti per circa un decennio.

In alcune parti del mondo la leva si è manifestata come debito privato e bancario (come negli USA e UK), in altre come indebitamento di Stato (come in Italia), in altri ancora come un misto. La Spagna è un esempio di leva alta del settore privato e bancario che si sta traducendo in un aumento dell’indebitamento di Stato, come in Irlanda e in modo non dissimile dagli USA, che per adesso hanno deciso di non ridurre la leva di sistema, ma semplicemente di spostare il fardello del debito dai privati allo Stato. Non affrontare il problema di un debito statale in aumento significa solo gonfiare un’altra bolla destinata a scoppiare con conseguente aumento dei tassi a cui lo Stato americano si finanzia e probabile perdita dello status di valuta di riserva mondiale per il dollaro. Queste dinamiche però prenderanno tempo per svilupparsi, e il Governo di Washington ha ancora tempo per trovare soluzioni.

La conseguenza di un alto livello di leva è simile a quella che si avrebbe in un’azienda ad alto indebitamento: essenzialmente un’amplificazione dei risultati. In altre parole i guadagni sono maggiori in caso di rendimenti superiori al costo dell’indebitamento, esattamente come sono maggiori le perdite in caso di guadagni inferiori a tale costo.

Dovrebbe essere quindi evidente che i tassi di crescita visti in un periodo di leva alta erano esagerati, ed essenzialmente ‘presi a prestito’ dalle generazioni future.

In  Europa lo Zeitgeist sembra essere finalmente quello di una riduzione del debito, anche a costo di un PIL inferiore, che riequilibri il fardello tra generazioni a favore dei giovani, che finora hanno pagato più di quanto potevano aspettarsi in servizi dallo Stato per mantenere le promesse che lo Stato stesso aveva fatto alle generazioni precedenti.

Essenzialmente questo porta ad un superamento delle idee neo-keynesiane che invece sembrano andare ancora per la maggiore dall’altra parte dell’Atlantico. Sia chiaro che Keynes stesso non approverebbe una politica economica basata sul mantenimento sistematico di alti livelli di debito e di spesa.

Dovrebbe essere chiaro anche ai proponenti delle teorie cosiddette keynesiane (che in realtà Keynes oggi osteggerebbe) che è inevitabile attraversare una fase di contrazione se si viene da un periodo di crescita mantenuta artificialmente sopra il trend da politiche monetari e fiscali sconsiderate.

Non si può continuare a crescere gonfiando una bolla dopo l’altra e non attendersi conseguenze nel lungo termine. Se è vero che Keynes diceva che nel lungo termine siamo tutti morti, pare che sia morto lui ma il lungo termine è adesso.

E’ difficile che il mondo torni ad una fase di crescita sostenibile ed equilibrata prima di aver visto una riduzione della leva, ovvero dell’indebitamento, che permetta di ripartire da una base ragionevole.

Studi recenti, tra cui il famoso libro ‘This time is different’ di Reinhart e Rogoff, hanno evidenziato come rapporti debito/PIL superiori al 90% sottraggano alla crescita mediamente un 1.5% all’anno.

Sta a noi, adesso, senza cercare scuse per rimandare o dare colpe alla speculazione brutta e cattiva (che andava bene a tutti quando spingeva i prezzi al rialzo) correggere queste storture. Ce lo dice il buon senso, prima ancora di Keynes (non i keynesiani, che continuano a dire che il debito non è un problema, finché non lo diventa: e allora son dolori), Minsky (Stabilising an unstable economy), Hayek (Theory of Money and Credit) e anche, ultimamente, Sedlacek (Economics of good and evil) e Niall Ferguson (The ascent of money).

E chi ha sperperato le risorse delle generazioni di adesso nel passato, per ingraziarsi elettorati che si sono fatti facilmente convincere che ‘i soldi ci sono’, tenga presente che il giudizio della Storia non potrà essere tenero. E sarà ancor meno tenero con chi ancora vive di queste illusioni.

Aumentare il debito costerebbe cifre proibitive, e tutti cominciano a capirlo, aumentare le tasse porterebbe a minori entrate per lo Stato per gli effetti della curva di Laffer (o per il minor reddito disponibile per chi non ama questa teoria), ma soprattutto ricordiamoci di quello che disse Thomas Jefferson:

 "The democracy will cease to exist when you take away from those who are willing to work and give to those who would not."

In Italia c’è bisogno di cambiare la mentalità di chi ancora pensa che tutto sia loro dovuto dallo Stato, che prende a coloro che creano ricchezza per dare a coloro che non lo fanno. E’ ora di finirla.

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