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Sunday, 16 August 2015

PROBLEMI STRUTTURALI E ‘AUITINI’. QUANTO SERVE LA SVALUTAZIONE? E LO STIMOLO FISCALE (OVVERO MAGGIORE SPESA PUBBLICA)?

Leggendo certe dichiarazioni di alcuni politici (che quando un laurea ce l’hanno è in materie non scientifiche o economiche, ma transeat) pare ci sia una forte confusione sugli effetti di due fenomeni che vengono spesso invocati come la panacea di tutti i mali (anche da certi economisti, pseudo o meno, il che è ben più grave). In particolare fanno pensare i commenti entusiastici che ricevono certe, si passi il termine, boiate da persone anche con cultura a livello universitario ed iscrizione ad albi professionali (di solito quello degli avvocati che tante soddisfazioni ha già dato alla satira, tra cui una delle maggiori è stata il celebre tunnel della Gelmini).

Parliamo di svalutazioni monetarie (cosiddette competitive) e stimoli fiscali, ovvero maggiore spesa pubblica.

Premettendo che la realtà è ben più complicata dei modelli semplificati che si usano per dare delle basi teoriche di economia a chi non ha (ancora) approfondito gli strumenti matematici necessari per comprendere la complessità del mondo reale, procediamo con ordine.

L’esempio classico di svalutazione competitiva da primo esame di economia, che Lorsignori  non hanno dato o che si sono dimenticati, prevede un abbassamento del valore della valuta di uno Stato che rende così più competitive le proprie esportazioni abbassandone il prezzo. Anche in questo mondo molto semplificato in cui le importazioni non contano e gli altri Paesi non reagiscono svalutando a loro volta, se la svalutazione sorte gli effetti desiderati aumentano le esportazioni e diminuiscono le importazioni. In virtù di questo però è ovvio che chi compra merce dal Paese che ha svalutato ne deve acquistare anche la valuta per pagare la merce, e non lo può fare che vendendo valuta del proprio Paese. In altre parole uno degli effetti del successo della svalutazione è un rialzo del prezzo della moneta che riequilibra i prezzi internazionali ponendo fine al vantaggio del Paese che ha svalutato. Dunque il vantaggio di una svalutazione dura pochissimo: siamo nell’ordine dei mesi.

Se il Paese esportatore dovesse continuare a svalutare è ovvio che chi importa reagirebbe con lo stesso strumento, annullando o superando ogni futura mossa simile.

Risulta quindi semplicemente ridicola l’affermazione che con una svalutazione continua porterebbe effetti benefici di lungo periodo, soprattutto senza alcun effetto collaterale in seguito.

Ma passiamo al secondo cavallo di battaglia di Lorsignori: lo stimolo fiscale.

Essi affermano che, aumentando la spesa statale finanziata con emissione di nuovo debito, una combinazione di maggior crescita ed inflazione essenzialmente ripagherebbe il debito stesso.

Per smentire quest’altro argomento non c’è nemmeno bisogno di ricorrere ai libri: basta ricordare proprio la decade che Lorsignori prendono ad esempio: gli anni 80.

Ebbene in quel periodo la spesa a deficit è aumentata, l’inflazione pure e il risultato è che il rapporto debito/PIL è … cresciuto a dismisura.


Quindi il debito non solo non si è ripagato da solo, ma addirittura è aumentato.
Lorsignori qui di solito obiettano: ma negli anni 80 l’Italia cresceva. Certo: cresceva aumentando il debito, ovvero prendendo ricchezza a prestito dalle generazioni successive. Quelle che oggi si trovano a dover pagare il conto.

Sono le semplificazioni che mancano: sono quelle le riforme strutturali necessarie per crescere in modo sostenibile. E se quelle non vengono fatte non serve ne' svalutare ne' stimolare con capitali pubblici o privati. Semplicemente il moltiplicatore è inceppato.

Speriamo sia chiaro adesso che i problemi strutturali non si risolvono con la politica monetaria. Tralasciamo per puro senso del pudore l’immane boiata delle due valute separate per Nord e Sud Italia per la quale comunque valgono ovviamente le considerazioni sulla svalutazione.


Se il meccanismo non è chiaro ci sono i LIBRI: quelli che certi politici non hanno letto (tra i quali politici uno non è riuscito nemmeno a laurearsi in storia ed è un capo partito, un’altra risulta abbia un diploma all’istituto per il turismo, in virtù del quale è assurta al grado di Ministro della Repubblica; gli altri quando va bene hanno lauree in materia legale per cui vale il discorso sul celebre tunnel; tutti ovviamente disquisiscono regolarmente di economia) e che altri, economisti o pseudo tali (quelli che “un bank run in Grecia è impossibile”), si sono evidentemente dimenticati, ammesso li abbiano mai compresi.

Thursday, 18 September 2014

LA SCOZIA E L’EUROPA: FORZE ACCENTRANTI E SPINTE SEPARATISTE



Il referendum sull’indipendenza scozzese, comunque vada, può essere visto nel contesto più ampio di spinte separatiste (centrifughe) e accentranti (centripete) che hanno caratterizzato la storia europea almeno fin dal medioevo
Indipendentemente da come vada a finire la vicenda del referendum scozzese, questo è uno dei tanti episodi specchio di una ridefinizione degli assetti di potere tipici della dissoluzione degli imperi. Spinte simili si erano viste con la fine dell’impero romano e con la ridefinizione del Sacro Romano Impero avvenuta durante la cosiddetta Guerra del Trent’anni.
L’impero americano, che per Ian Bremmer e Niall Ferguson è stato ed è ancora per certi aspetti tale in tutto tranne che nel nome, ottenuta una posizione di egemonia mondiale (si ricorda la definizione di Fukuyama di ‘fine della Storia’ quando cadde il muro di Berlino), ha rifiutato la responsabilità del potere. Questo processo è culminato con l’inizio della presidenza Obama, che ha visto gli Stati Uniti ritirarsi dal Medio Oriente, il maggiore scenario di conflitto e l’area mondiale nella quale la ridefinizione degli assetti di potere è divenuta conseguentemente più evidente. In quest’area Iran e Turchia sembrano le potenze regionali più interessate ad un ruolo di guida della zona, insieme ad un gruppo non ben definito che vorrebbe ricreare un califfato di ispirazione politico-religiosa sul modello di quello esistente nel medioevo. Israele sembra invece per lo più intento a difendersi e non ad espandersi: non ci sono infatti segni di ricerca di alleanze locali da parte di quest’ultimo.
La seconda potenza mondiale, la Cina, anch’essa non sembra interessata ad avere un impero e al momento si sta affermando semmai come potenza regionale asiatica in espansione in Africa per ovvie ragioni di mancanza di materie prime.
In Europa ci sono due spinte opposte che ricordano la storia del Sacro Romano Impero e il cui equilibrio definirà la struttura dell’eventuale Europa Unita.
Da una parte ci sono spinte accentranti che portano ad una delega di parti del potere degli Stati-nazione ad un’entità centrale. Dall’altra, in parte per riequilibrare queste forze, c’è un crescente interesse verso una maggior indipendenza di parti degli Stati-nazione esistenti nel contesto dell’Unione Europea, ovvero una ricerca di un contatto diretto tra Bruxelles da una parte ed Edimburgo, o Barcellona, o Venezia dall’altra.
La messa in comune di alcuni poteri e la creazione di una confederazione o federazione (a seconda del livello di integrazione) a livello continentale ha senso in un mondo in cui esistono Stati-nazione grandi e potenti, quali Cina e USA, ma anche Russia, che rischiano di schiacciare con il loro peso specifico le piccole nazioni europee nella competizione mondiale. La necessità dell’Unione non è quindi economica ne’ finanziaria, come talvolta si sente dire dall’uomo della strada, ma geopolitica. In effetti a livello economico e finanziario sarebbe sufficiente un’area di libero scambio il più ampia possibile; quest’ipotesi sarebbe con ogni probabilità addirittura migliore, non avendo bisogno di lunghi cambiamenti costituzionali e limitando esclusioni o autoesclusioni dall’area per motivi politici.
Una prima considerazione è che al momento i poteri devoluti all’entità centrale sono quelli sbagliati. Sarebbe infatti il caso di accentrare difesa, politica estera e al limite (ma neanche necessariamente) le forze di polizia. Niente di tutto questa al momento sta accadendo a  causa di alcuni Stati che restano gelosi delle loro prerogative. Sarebbe forse meglio da qui in poi andare avanti con chi ci sta.
La seconda considerazione è che, in un’entità statale sovranazionale (alla faccia degli scettici la cosa è perfettamente possibile, come dimostrato dall’esempio che a parere di chi scrive sarebbe quello da seguire: la Svizzera) che si occupi di quanto sopra, entità amministrative di secondo livello superiori a circa 10 milioni di persone non sono efficienti: ci vogliono entità più piccole e meglio gestibili per far da contraltare ad uno Stato sovranazionale di circa 500 milioni di abitanti.
In questo senso ha perfettamente ragione di esistere un movimento che reclama un contatto diretto tra un’entità territoriale e/o culturale in qualche modo definita, meglio se con una storia pregressa, ed il costruendo Stato Centrale.
Comunque finisca dunque il referendum scozzese e, se ci sarà, quello catalano, tali riequilibri di potere si possono probabilmente rallentare ma non fermare.

Per approfondire:
Niall Ferguson, Colossus: the rise and fall of the american empire
http://www.amazon.it/Colossus-Rise-Fall-American-Empire/dp/0141017007/ref=tmm_pap_title_0?ie=UTF8&qid=1411030584&sr=8-1
Ian Bremmer, Every nation for itself, winners and losers in a G-zero world

http://www.amazon.it/Every-Nation-Itself-Ian-Bremmer/dp/067092105X/ref=tmm_pap_title_0?ie=UTF8&qid=1411030559&sr=1-1

Friday, 25 July 2014

LORSIGNORI, L’INFLAZIONE AUSPICATA E LA DEFLAZIONE TEMUTA

O del perché in Italia i cittadini spendono meno di quel che vorrebbero

(pubblicata anche su http://www.arezzonotizie.it/blog_redazione/lorsignori-linflazione-auspicata-deflazione-temuta/)



Molte pagine sono state ultimamente occupate dalla diatriba sull’inflazione e su di un presunto pericolo di deflazione che, qualora si verificasse, addurrebbe infiniti lutti agli europei come l’Achille della traduzione montiana dell’Iliade.

Piccola ma forse non inutile divagazione: per quelli che abbiamo denominato Lorsignori, tuttologi portatori della sola cultura da Wikipedia, erede moderna ma ben peggiore di quella da Bignami, si tratta qui di Vincenzo, non di Mario. Consolerà forse Lorsignori sapere che anche l’autore non conosceva il greco e tradusse l’Iliade da una traduzione latina, tanto che per questo Foscolo lo apostrofò col titolo ironico di ‘traduttore dei traduttori’ che ricorda il superlativo aramaico (e. g. ‘Re dei re’) ma in questo caso s’intendeva in senso letterale.
Tornando però al tema dell’inflazione, non sorprende troppo che qualcuno si sia allarmato alla lettura dell’andamento dei prezzi, soprattutto perché è evidente che chi lo ha fatto si è limitato a leggere la prima riga del dato senza scendere a guardarne le componenti, ovvero senza brigarsi di comprendere quali fossero i prezzi in discesa.

Ebbene il motivo principale per cui i prezzi scendono, almeno per ora, è la diminuzione dei prezzi dell'energia, che l'area Euro, e ancor più l'Italia, per lo più importa. Questa diminuzione si riverbera nella diminuzione dei costi di trasporto e quindi anche di altri generi, particolarmente quelli alimentari sui quali il trasporto incide maggiormente.

Trovandosi a spendere meno per le necessità non è logico che le famiglie rinviino le intenzioni d'acquisto (aumenta la disponibilità per spesa discrezionale). E infatti non lo stanno facendo, guardando i dati di fiducia dei consumatori. Che poi la BCE non possa ammettere apertamente di intervenire sui cambi e debba trovare la scusa del pericolo deflazionistico è altra cosa. Che alcuni commentino su fenomeni che chiaramente comprendono poco (l'economia monetaria è materia molto complessa) allarmando se stessi ed altri, invece, fa sinceramente pena.

Il motivo per cui gli italiani non spendono quanto vorrebbero semmai, oltre all'aumento della pressione fiscale che, checché ne dicano i politici di turno, è ancora in corso come anticipato su queste colonne (http://www.arezzonotizie.it/art_generi/art_economia/gli-aggiustamenti-pil-moltiplicatore-inceppato/), è che gli italiani non capiscono più quanto dovranno pagare per i servizi essenziali (scuola, sanità etc.) dati i continui aumenti di ticket e balzelli vari. Questo crea un'incertezza che porta alla compressione della spesa discrezionale. Se le famiglie non sanno quanto dovranno spendere per i servizi essenziali, ovviamente spendono di meno e tengono i soldi 'sotto il materasso'.

Altra osservazioni interessante è che sia i costi in riduzione che le incertezze in aumento colpiscono più duramente le famiglie con redditi bassi, che dedicano alle spese per cibo e per trasporti una parte maggiore del loro reddito, e medio-bassi, considerate dallo Stato ricche abbastanza da pagare i servizi essenziali.

Per inciso le fasce di reddito basse e medio-basse sono anche quelle con propensione al consumo più alta.

La politica delle imposte, soprattutto sulla benzina, colpisce quindi i più poveri e fa fermare la spesa discrezionale, vero motore dell’economia che permetterebbe una ripresa dei consumi interni e quindi dell’occupazione. Lo Stato si è effettivamente sostituito al cittadino nelle decisioni d’acquisto, rendendo tra l’altro servizi sempre meno adeguati alle tasse pagate.

Tutto questo mentre i fondamentali economici mondiali migliorano e il fenomeno del reshoring (ritorno delle attività domiciliate all’estero per motivi di costo) è già in corso negli Stati Uniti, anche grazie ad una politica energetica che pare renderà gli USA indipendenti da forniture estere nei prossimi anni, ma anche in Europa. Questo è un treno che passa ogni 20-30 anni: se l’Italia non rende meno difficile la vita ai produttori di ricchezza lo perderà e rischierà il collasso mentre nell’Eurozona la disoccupazione risulta già in calo, seppur leggermente, e sia USA che Gran Bretagna sembrano ormai avviate verso una ripresa sostenibile.

Per approfondire:




Sunday, 16 February 2014

La svalutazione competitiva, l’inflazione e la medicina di Pinocchio


Spesso c’è più verità nei classici, magari per bambini, che in molti libri ‘seri’, ammesso che si sappia leggerli, i classici.

Molti ricorderanno il famoso capitolo di Pinocchio in cui questi, ammalato, si rifiutava di prendere la medicina perché amara. Questo può essere equiparato alla situazione dell’Italia che, non accettando di aumentare la produttività né di ridurre la spesa, vuole un po’ di zucchero per convincersi a bere la medicina troppo amara. Lo zucchero può essere equiparato a nuovo debito, ma anche ad una bella svalutazione competitiva.

Il modello che Lorsignori additavano come quello da seguire per un’uscita dell’Italia dall’Euro, ovvero l’Argentina, è crollato, travolto dalle menzogne sul tasso d’inflazione propagate dal Governo Questo dopo che l’inflazione era andata abbondantemente fuori controllo (chiaro ora?) a seguito di politiche monetarie sconsiderate volte proprio alla svalutazione imposte dallo stesso Governo che controlla da tempo la Banca Centrale. Speriamo che adesso chi aveva dubbi sul motivo per cui le Banche Centrali devono essere indipendenti abbia finalmente compreso.

Ora dev’essere chiara una cosa: chi svaluta la propria moneta stampandola crea, ovviamente, inflazione.

Per evitare che questa vada fuori controllo non c’è che una strada: far sì che i salari reali salgano meno dell’inflazione stessa. Questo significa che i lavoratori si ritrovano a poter comprare meno con i loro salari di quanto non potessero fare prima della svalutazione.

Se qualcuno trova la differenza tra questo e un abbassamento dei salari nominali con inflazione costante o quasi (svalutazione interna) o è bravissimo, e allora faccia almeno un esempio di Paese che abbia, grazie ad una svalutazione competitiva, creato ricchezza e posti di lavoro senza che l’inflazione aumentasse più dei salari o, più probabilmente, non ha capito di cosa si parla. Nel secondo caso è probabilmente un giornalista con laurea in lettere o in ‘scienze’ politiche che finge di essere un economista. In televisione ultimamente se ne vedono un paio, chiamati spesso ideologi di una parte di Lorsignori (non tutti gli appartenenti a questa categoria infatti votano per lo stesso partito, movimento o gruppo bocciofilo che dir lo vogliano).

La differenza tra un abbassamento dei salari reali attraverso l’inflazione e un abbassamento del salario nominale consiste solo nel fatto che la maggior parte della gente nel primo caso non ci fa caso. C’è una storia abbastanza nota della rana e dell’acqua bollita. Se mettiamo una rana nell’acqua bollita, questa salta e se ne va; se invece mettiamo la rana nell’acqua tiepida e poi accendiamo il fornello, questa si abitua pian piano alla temperature sempre più alte e finisce bollita. Questa sorte sarebbe quella che Lorsignori riserverebbero agli italiani, a meno che naturalmente non vogliano seguire la strada del loro modello argentino, con inflazione, povertà e delinquenza in aumento vertiginoso.

Signori: se ancora non fosse stato chiaro bisogna prendere la medicina delle riforme strutturali, diminuendo drasticamente la burocrazia che rende impossibile creare ricchezza e difende, effettivamente, solo chi è già nel mercato, con la scusa di proteggere posti di lavoro che alla fine vanno persi lo stesso, o per l’aumento di burocrazia e tassazione o per l’incompetenza gestionale degli amici degli amici, che se fossero in grado di competere non avrebbero bisogno di favori e protezioni.

Speriamo vivamente che coloro che finora hanno propugnato l’uscita dall’Euro e la svalutazione prendendo come esempio l’Argentina abbiano la decenza di cambiare spacciatore prima di aprire di nuovo bocca, dopo che in varie occasioni moltissimi, compreso il sottoscritto, li avevano invitati a leggere i dati e non la propaganda. Purtroppo sembra di essere tornati indietro nel tempo e di parlare della primavera di Praga a coloro che avevano letto solo la Pravda e, a normalizzazione avvenuta, si erano magari abbonati a Rude Pravo. Stavolta c’è un po’ di gusto ad affermare “l’avevo detto”, e si spera che Lorsignori ci mettano meno dei loro canonici 40 anni circa per capire di aver sbagliato.

Pinocchio, alla fine del capitolo, dopo aver bevuto la medicina si riprende e alla Fata Turchina che gli chiede perché si fosse fatto pregare tanto per prenderla, risponde:


"Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle medicine che del male."

Thursday, 31 October 2013

CONSIDERAZIONI SU BLINDA L'EQUAZIONE DEL SOVRANISMO COME SE FOSSE ANTANI

(ovvero considerazioni su: http://www.scenarieconomici.it/la-proposta-sovranista-della-base-del-movimento-5-stelle-ritorniamo-alla-lira-e-diciamo-addio-al-debito-pubblico/)


Parte prima: è tutta colpa dell’Euro?

Intanto la premessa: tutto parte dall’idea che l’Euro sia IL problema che ha l’Italia, e IL motivo per cui non cresciamo, abbiamo la disoccupazione etc. A parte l’ovvia contraddizione in termini di essere per la decrescita e poi porsi la mancanza di crescita come problema (ma si sa, noi siamo la ggente etc. etc.) vediamo se i dati danno credito a questa ipotesi. I grafici sotto sono tratti da dati di FMI, World Bank ed Eurostat.

Intanto l’idea di molti è che l’export italiano sia diminuito, sostituito da quello tedesco.


Poniamoci per iniziare una domanda: la bilancia commerciale dell’Italia con l’area Euro come si è mossa? Il grafico è sotto, e dimostra che dal 1993 la bilancia è stata mediamente positiva, e raramente negativa.


Questa è stata mediamente negativa praticamente solo durante il picco della crisi del debito.
Poi ci sono quelli che dicono (più o meno): l’Italia ha perso esportazioni dato che l’Euro ha favorito la Germania.
Guardiamo dunque i grafici delle esportazioni tedesche e di quelle italiana verso l’area Euro.
Sorpresa: sono praticamente sovrapponibili. La scala è ribasata al 1989 in quanto la Germania ha sempre esportato, in termini assoluti, più dell’Italia, essendo il PIL tedesco più grande di quello italiano. Quando le esportazioni italiane sono calate, altrettanto e in proporzione praticamente identica hanno fatto quelle tedesche, e questo è avvenuto al momento della crisi Lehman (2008).


Altri sostengono che la produttività in Italia sia calata per colpa della combinazione inflazione/valuta rigida: in altre parole l’Italia, che ha avuto inflazione più alta della Germania, non potendo svalutare avrebbe perso competitività. A guardare solo il dato italiano e quello tedesco questa spiegazione sembrerebbe plausibile.

 

In realtà, prima di trarre conclusioni da una serie di dati limitata, serve un campione di controllo, come sa chiunque abbia studiato una qualsiasi materia scientifica. E qui casca l’asino. Infatti la Spagna ha avuto nello stesso periodo inflazione più alta di quella italiana, eppure la produttività spagnola è salita.



Ma soprattutto ricordiamo che alcuni settori dell’attività economica sono aperti alla concorrenza degli altri Paesi dell’area Euro; altri sono invece protetti a livello nazionale. Se l’Euro fosse davvero il colpevole del calo di produttività, questa dovrebbe necessariamente essere calata di più nei settori ‘aperti’.
Peccato che, come dimostrato dalla tabella sotto (che riporta la fonte: dati EU KLEMS; dati disponibili e di libero accesso, come tutti quelli visti finora), sia esattamente il contrario. Questi dati riguardano la TFP o Solow residual, ovvero la produttività al netto delle componenti lavoro e capitale, che vanno correttamente escluse.


Prima conclusione (e già definitiva per le persone ragionevoli): in sostanza quanto sopra smonta abbondantemente la premessa, rendendo quindi nullo l’argomento di base ed inutile il discorso sovranista.

Parte seconda: facciamo conto che quanto sopra non esista, e vediamo l’articolo


Vediamo però, a questo punto per puro divertimento, alcune considerazioni sull’articolo stesso.

1-Non è vero che il ritorno della sovranità monetaria sia l’unico modo per avere una de facto svalutazione competitiva (v. Gopinath, prof. Di Harvard. http://www.princeton.edu/~itskhoki/papers/FiscalDevaluations.pdf). Inoltre una chicca che a Lorsignori è sfuggita:  il tasso di cambio in un’economia globalizzata, soprattutto per i Paesi sviluppati, conta sempre di meno, dato che la politica monetaria della valuta di riserva influenza sempre più quella di tutti gli altri. Intervento di un’altra che ci capisce, Hélène Rey della LBS (incidentalmente in UK non è che abbiano per l’Euro un amore viscerale; anche se Rey è francese vive a Londra da un pezzo): http://www.voxeu.org/article/dilemma-not-trilemma-global-financial-cycle-and-monetary-policy-independence

2-E' almeno controverso che il coefficiente di pass-through si possa stimare senza tener conto del livello di debito di partenza. Comunque controllate i precedenti storici (ma tutti). Una sintesi parziale la trovate qui: http://lettotralerighe.blogspot.it/2012/12/la-stampa-di-moneta-le-bolle.html

3-E' almeno discutibile che si escluda il periodo degli anni 70 dal computo perché i dati di inflazione sarebbero dovuti alla crisi petrolifera: è preferibile stimare in che misura e ricalcolare l’inflazione al netto di tale effetto. Comunque mancano dati, e in ogni caso resta il problema di cui sopra.

4-Non si tiene conto che, se è vero che un certo grado d’inflazione aiuta a ripagare il debito, l’aggiustamento di competitività, anche in sistema di cambi aperti, richiede inflazione sistematicamente PIU’ BASSA dei partner commerciali, specialmente dato il contributo di Rey.

5-La perla finale: prendere come esempio l’Argentina. Non bastasse che contro un tasso d’inflazione ufficiale intorno al 10% stime indipendenti parlano di un tasso reale intorno al 25% (ovvero, signori, la crescita reale argentina è NEGATIVA DI BRUTTO: http://en.mercopress.com/2013/04/12/argentina-inflation-congress-index-for-march-was-1.54-and-24.43-in-last-12-months) c’è anche una letteratura di minacce ed arresti a chi stimasse il tasso d’inflazione in modo indipendente. In ogni modo è almeno noto che c’era una multa di circa 120.000 dollari americani inflitta a chi stimava l’inflazione in modo indipendente.
Perché dico ‘c’era’? Ebbene, per non cadere in accuse da teoria del complotto sappiate, o attenti analisti dell’economia e della politica internazionale, che nel Maggio 2013 i tribunali argentini hanno finalmente reso illegali le multe del governo che tanto vi garba (che erano, ricordo, di circa 120.000 dollari americani) inflitte a chi stimava l’inflazione e non fosse al soldo del governo stesso: evidentemente i giudici pensano che la presidente argentina e la sua cricca stiano nascondendo la verità. Tutti al soldo degli USA? (fonte: http://qz.com/84838/argentines-are-now-allowed-to-know-the-real-rate-of-inflation-thanks-to-their-courts/)
In soldoni: il tasso ufficiale d’inflazione argentino è sottostimato clamorosamente. Il fatto che la legge argentina fino a poco tempo fa proibisse a chiunque non facesse parte del Governo di pubblicare dati di inflazione già basterebbe ad indurre il sospetto.
Infatti, se il tasso d’inflazione ufficiale fosse vero, com’è che c’è un florido mercato nero di dollari in Argentina con quotazione ben superiori a quelle ufficiali? E com’è che il governo sta saccheggiando a man bassa prima i fondi pensione, poi aziende che aveva venduto ed ha nazionalizzato, e ora le riserve della Banca Centrale. Se le cose andassero bene, non ce ne sarebbe bisogno.
E’ interessante notare come si dia credito alla propaganda (abbiamo visto che di questo si tratta) di uno dei regimi più corrotti al mondo (ci sono le classifiche: tra le altre quelle di transparency international) pur di continuare ad arrampicarsi sugli specchi.
Infine: la politica monetaria indipendente per un Paese che ha l’interazione di scambi internazionali dell’Italia a confronto di uno che ne ha molti di meno è semplicemente incomparabile (per cui v. Rey).

Seconda conclusione (e due: repetita iuvant): continuate pure a vestire l’assurdità con equazioni, ma il senso della supercazzola di cui sopra, ovvero del  vostro discorso, resta: se i soldi mancano, li stampiamo. Oltretutto questo è essenzialmente equivalente a dare le chiavi della pressa da stampa ai politici italiani, che Lorsignori non fanno altro che dire siano i peggiori delinquenti del globo terracqueo. Interessante.


Parte terza: facciamo di nuovo conto che quanto sopra non esista, e vediamo la fattibilità di un’uscita

Anche ammettendo che l’Euro fosse IL problema (che abbiamo dimostrato non essere) e che gli argomenti dell’articolo avessero un senso (che abbiamo visto non avere), un’uscita sarebbe comunque auspicata dagli autori per effettuare una svalutazione competitiva.

Ebbene in Italia, non sappiamo se Lorsignori l’avevano notato, ci sono in circolazione alcuni miliardi di euro. E’ altrettanto chiaro che l’anticipazione sarebbe di una svalutazione di almeno il 20%. E’ quindi ovvio che ci sarebbero grandissimi incentivi a mantenere gli euro: infatti questo equivarrebbe ad un guadagno di almeno il 20% senza rischio. Anticipando un’uscita i risparmiatori (e tutti gli altri) italiani e non metterebbero in atto una corsa agli sportelli. In Grecia e Spagna, all’avvisaglia di un’uscita, i depositi bancari sono calati del 25% circa. Qui sotto il grafico della Grecia. Non mi ricordo da dove l’ho preso, ma i dati sono della BIS (o BRI).


La sola ragione per cui il sistema bancario di questi Paesi non è collassato è stata una massiccia iniezione di liquidità da parte della BCE. Ma se volessimo uscire per svalutare (ovvero per fregare gli altri) quanto è probabile che la BCE interverrebbe per evitare il collasso dell’Italia? Mancando il sostegno della BCE, non resterebbe all’Italia che stampare essa stessa, con effetti inflattivi ben più gravi di quelli previsti con i coefficienti di pass-through stimati da Lorsignori. La conseguenza più probabile sarebbe infatti un’iperinflazione. Naturalmente niente vieta di fare come l’Argentina, ovvero orchestrare una propaganda che convinca la ggente che l’inflazione sta salendo, ma non troppo. Questo mentre invece i prezzi salgono, ma si sa: se la TV e soprattutto la Rete dicono una cosa, questa dev’essere vera.

Inoltre sarà sfuggito un (altro) dato: i tedeschi stanno effettuando una rivalutazione interna attraverso l’aumento dei salari. Ecco il grafico (fonte Deutsche Bundesbank, la Banca Centrale tedesca). Non fanno troppa pubblicità su questo dato perché gli elettori tedeschi notoriamente non amano molto l’inflazione.


Conclusione finale.

Premesso tutto quanto sopra non resta che l’ovvia conclusione che si può esprimere con una domanda:

Ma la mattina prendete il latte o vi attaccate al lanternon* dal vino?


*Nota per i non toscani: in Toscana si dice 'lanternone' il fiasco da due litri e in alcuni casi si usa 'dal' al posto di 'di'

Wednesday, 11 September 2013

Curve pericolose: Laffer, il reddito disponibile e la spesa discrezionale



C’è stato sempre un gran dibattere nei circoli economici sulla validità della curva di Laffer. Da quando la crisi è scoppiata, però, l’Italia si è scoperta non solo avere 60 milioni di allenatori della Nazionale, ma anche almeno 30 milioni di esperti di politica economica, fiscale ma soprattutto monetaria; sul fatto che se va bene appena un decimo di questi sappiano contare come Dio comanda soprassediamo pure.

Per chi non fosse uno di questi ‘esperti’, la curva di Laffer, mettendo in relazione pressione fiscale ed entrate dello Stato, indica che passato un certo livello di pressione fiscale ad un aumento delle tasse corrispondono minori entrate per lo Stato stesso. Va da sé che questo non è dovuto, come alcuni credono, se non molto marginalmente all’aumento dell’evasione. Il fatto è proprio che troppe tasse deprimono l’economia.

Il livello di tasse passato il quale le entrate scendono, però, non è lo stesso in nazioni o periodi storici diversi, e questo ha portato alcuni a concludere che la teoria non valga nulla. E’ quindi il caso di ricordare come è nata la teoria e di vedere che cosa ne influenzi il punto di flessione. Laffer utilizzava la curva che ha preso il suo nome per prevedere gli impatti della politica fiscale nello stesso Paese ed in tempi relativamente brevi.

In altre parole il livello di tassazione è solo uno dei tanti elementi che influenzano quella che Keynes chiamava domanda aggregata, attraverso la componente che più o meno tutti chiamano reddito disponibile, e in particolare la spesa discrezionale. Questa rappresenta la spesa ‘libera’, ovvero quello che resta dopo aver effettuato le spese ‘necessarie’ (cibo, salute, casa, bollette). Per inciso l’influenza della tassazione sul reddito disponibile è vera anche senza presumere vera la teoria della domanda aggregata (e quindi anche per i non keynesiani), ma qui si entrerebbe in tecnicismi che è meglio evitare.

Ovviamente ci sono altri elementi che influenzano la spesa discrezionale. Questi elementi spiegano in gran parte i differenti livelli a cui la tassazione diminuisce nei diversi Paesi.

Un esempio pratico: in Scandinavia le tasse sono notoriamente alte, ma questo non deprime l’economia. Molto probabilmente questo avviene perché in quei Paesi i cittadini non devono spendere praticamente mai nulla per istruzione, salute e altro e quindi hanno comunque reddito disponibile relativamente alto.

L’Italia negli ultimi anni ha invece agito con una politica fiscale che non poteva non produrre effetti negativi: infatti lo Stato italiano ha allo stesso tempo alzato le tasse e ridotto i servizi. I cittadini si sono visti dunque ridurre il reddito disponibile non solo per effetto delle tasse, ma anche a causa delle maggiori spese per servizi che devono affrontare. Oltretutto l’aspettativa che è stata instillata è di ulteriori spese a carico dei cittadini stessi, che quindi tendono, quando possono, a mantenere una parte del loro reddito ‘sotto il materasso’, ad ulteriore diminuzione della spesa discrezionale.

Lorsignori a questo punto ribatterebbero che il problema non è quindi la spesa di Stato, e che basta spendere meglio per avere un’Italia di tipo svedese. Peccato che la Svezia stessa, insieme alla Danimarca, abbia capito per tempo che non poteva permettersi il livello di spesa corrente del passato, che era insostenibile per motivi demografici e di produttività, e da circa una decade abbia proceduto ad una forte ondata di liberalizzazioni e riforme strutturali che ha aumentato esponenzialmente la produttività e ridotto il peso dello Stato in rapporto al PIL anche mentre la media dei Paesi lo aumentava a causa della crisi. Risultato: economia svedese in crescita.

L’Italia ha già perso un’occasione d’oro quando, all’ingresso nell’Euro, la spesa per interessi è calata progressivamente dal 25% del PIL a livelli inferiori al 10%. Mantenendo i livelli di spesa uguali a prima, il rapporto sarebbe naturalmente calato. E’ più o meno quello che ha fatto la Svezia, dove dal 1993 al 2011 la spesa di Stato sul PIL è calata del 19%. Ma i politici di casa nostra hanno scelto di aumentare la spesa corrente, e il risultato è stato quello della Svezia pre 1993: crescita bassa e debito in aumento. Veramente geniale!

L’Italia a questo punto potrebbe prendere la strada della Svezia, oppure rischia di prendere quella della Grecia. Ai cittadini la scelta: prevarrà l’impostazione logica o, come spesso accade nel Bel Paese, quella ideologica?


Friday, 2 August 2013

Di scimmie e noccioline, ovvero di giusti compensi e di amministratori (e politici) competenti


Viene utilizzata nella lingua inglese un’espressione idiomatica colorita, attribuita a James Goldsmith, per descrivere quei datori di lavoro o committenti che pretendono che un lavoro difficile e che necessita tempo per essere svolto venga fatto a regola d’arte ma pagando poco o nulla: ‘if you pay peanuts, you get monkeys’, ovvero ‘se paghi noccioline, ti prendi le scimmie’.

Senza voler offendere i simpatici primati, pare ovvio ai più che questi non siano in grado di svolgere mansioni particolarmente difficili e che richiedono competenze avanzate. In effetti nella City di Londra era diventata un tormentone l’espressione ‘if you can train a monkey to do this, you shouldn’t’, ovvero ‘se puoi addestrare una scimmia per fare questo lavoro, non dovresti farlo tu’. Ma divaghiamo: magari le implicazioni di questo detto saranno oggetto di un altro post in futuro.

Veniamo piuttosto al punto: a partire da una giusta indignazione per i compensi di politici e amministratori di aziende, per lo più pubbliche, si è diffuso uno zeitgeist favorevole alla riduzione forzata di salari e benefit vari.

E’ tuttavia necessaria una precisazione: questi signori guadagnano decisamente troppo, non tanto perché guadagnino molto in termini assoluti, quanto perché i loro compensi sono esagerati rispetto alle loro competenze ed ai loro risultati. In buona sostanza per ora, figurativamente parlando, abbiamo avuto scimmie e le abbiamo pagate oro invece di noccioline.

Se infatti è sacrosanto pretendere che politici ed amministratori, pubblici e privati, ricevano una paga proporzionata alle loro capacità e a quanto rendono alla collettività (se pubblici), è d’altronde irragionevole pretendere che ci sia qualcuno che abbia capacità e porti buoni risultati lavorando per molto meno di quanto la sua professionalità è valutata sul mercato.

Ecco perché è demagogico chiedere ad un parlamentare se non pensi di guadagnare troppo quando c’è gente che non arriva alla fine del mese. La domanda giusta è invece: non ti sembra di guadagnare troppo dato che non hai risolto i problemi che sei stato votato per risolvere? Questo mette in relazione in modo logico e corretto il risultato del lavoro svolto con un pagamento adeguato (e ovviamente ad oggi porterebbe a stipendi molto bassi per i politici, che i problemi più che risolverli li hanno creati).

Anche sui compensi di amministratori, pubblici e privati, sarebbe corretto porsi sullo stesso piano e chiedere: quanto valore è stata in grado di aggiungere questa persona? Quanta parte del valore aggiunto viene pagata a persone in ruoli simili sul mercato? Solo una volta trovata la risposta a queste domande si può stabilire la giusta retribuzione.

Il rischio di voler abbassare lo stipendio a tutti gli amministratori pubblici (e particolarmente ai dirigenti di aziende semi-pubbliche o in cui lo Stato mantiene la maggioranza della proprietà) è di tenersi gli incapaci (le scimmie del detto inglese) e non riuscire ad attirare i capaci (che non essendo scimmie non si accontentano delle noccioline).

Quindi: benissimo abbassare drasticamente lo stipendio ai politici eletti, avvicinandolo a benchmark esteri. Bene anche fare in modo che esista corrispondenza tra risultati e remunerazione, sempre in linea con il resto del mondo.


Il tutto purché le persone vengano pagate per quello che valgono e non in base ad un semplice ‘guadagni troppo’ o ‘guadagni poco’ che non mette in relazione pagamento e risultati. Il fatto è che troppi incompetenti hanno beneficiato di un welfare dell’ex politico o dell’amico del politico. Questi incompetenti vanno rimossi immediatamente da posti di responsabilità che non hanno le capacità per ricoprire; non si può però pretendere di sostituirli con gente capace e mal pagata: al meglio i capaci resterebbero poco, il tempo per aggiungere una riga al proprio curriculum e rimetterlo in circolazione, al peggio neanche sarebbero disposti a prendersi responsabilità non adeguatamente remunerate, e chi vuol pagare noccioline si troverebbe con le scimmie che si merita.